Romina la dolcezza. Il 9° racconto di Francesco Menozzi.

Piccole storie impossibili di ladri, stradoni e fatti inconcludenti

Rubrica di Francesco Menozzi

Racconto pubblicato il 24/02/2023

Ogni volta che raccontiamo una storia ci sentiamo portatori di una testimonianza di vita, che sia la nostra o quella di qualcun altro o che sia una storia mai accaduta, inventata; la vicenda detta come va detta, riguarda noi tutti esseri “urlanti”.

Chiunque può partecipare alla rubrica inviandomi disegni, opere, fotografie da inserire all’interno dei singoli episodi per commentare con un’immagine o un’idea quello che la storia gli ha ispirato. Potete inviare il materiale alla mia mail francescomenozzi55@gmail.com . Sarà mia premura inserire il materiale e citare la fonte.

Francesco Menozzi

Ecco l’elenco di tutti i racconti di Francesco Menozzi che abbiamo pubblicato nella nostra rivista:

  1. La prima notte a Modena
  2. Un sottile filo rosso
  3. La ragazza carmina
  4. Anche Dio ha le sue ragioni che non vanno sottovalutate
  5. L’uovo della discordia
  6. Ossessione nel Borgo Stretto
  7. Le ricorrenze di Dino Cavazzuti
  8. Senza fissa dimora

Buona (nuova) lettura.

 

La porta si apriva, la luce delle cinque entrava dentro il Central Bar illuminando i nostri volti oscurati dalle tendine rosso falun, un rosso incomprensibile da noi tutti, un rosso privo di alcuna discendenza decorativa, un rosso che pareva direttamente composto dalle dame dell’antica Roma per abbellire un baccanale immerso nelle cavità del bosco, un rosso che a noi tutti richiamava l’enfasi dei giovani tori pronti alla monta, lo faceva in modo tenue stimolandoci una non so ché di erezione spontanea a tutti i sessi femminili che varcavano la soglia del locale. I pantaloni si alzavano, le ombre si allungavano, gli imbarazzi si riunivano tutti in una sorta di festività pagana, ci si guardava la protuberanza per fare commenti riguardo alle dimensioni dei nostri arnesi, si rideva, lo si faceva trattenendosi per paura di perdere la concentrazione sulle ragazze, alle volte si piangeva quando l’eccitamento sforava oltre bagnandoci la patta, costringendoci a lasciare il territorio di guerra, come sconfitti dalle nostre stesse pulsioni. Ma nessuno riusciva a resistere alla più ingestibile, Romina, una donna di paese che noi tutti non avevamo capito quanti anni avesse; quella del paese, quella che nonostante l’età non aveva mai mollato un istinto infantile nel voler piacere a tutti i costi a chiunque. Romina entrava dentro il bar, sguinzagliava il suo odore di ascella puzzolente tra noi ragazzi come fosse un animale selvatico rientrato nel mondo dei profumini e dei dopobarba. Raggiungeva il centro del locale, il punto preciso in cui tutti i tavoli confluivano verso la mattonella grande – la prima mattonella – la chiamava Giggio. Una mattonella sbeccata con il disegno di un cigno cavalcato da un putto disordinato, nudo coi ricci sventolanti, in preda ad un’estasi del tutto incomprensibile siccome a quell’età – ci è stato detto da Vigarani che studia le icone, un putto, non potrebbe avere alcuna estasi in corpo. Romina si piazzava sopra la mattonella, la prima mattonella, e muoveva tutto il corpo come se fosse incappata in un gorgo che la tirava verso il basso facendola danzare su se stessa. Muoveva il culo ben oltre le apparenze, lo muoveva così bene che sotto il suo vestito rosso noi riuscivamo a intravedere le sue mutandine pazze, di colori fluorescenti, di pizzo nero o di un bianco impigrito da lavaggi sbagliati per levare quelle macchie di liquidi organici provenienti da ogni parte del mondo. Mutande con buchi belli grossi nella parte dietro, buchi così grandi da farci passare in mezzo delle mani intere. “li lascia per gli schifosi che le vogliono toccare il paffio prima di andare a fottere” così dicevano quelli che la conoscevano, che sapevano che faceva la puttana ma non per tutti. Romina si sceglieva i clienti, intercettava la sua preda con il radar simile a quello dei sottomarini. Da un primo impulso dettato da uno sguardo di sfuggita, sopraggiungeva un secondo sguardo più volgare, basato esclusivamente per comprendere le condizioni economiche del cliente. Si abbassava per vedere le scarpe, o si sporgeva per vedere se sul collo certuni avevano catenine d’oro, si faceva di fianco per capire se i portafogli che avevano dentro le tasche o nei borselli, erano belli gonfi di banconote. Da lì in poi – dopo una terza occhiata risolutiva, lei evidenziava con sempre più insistenza la sua vittima lanciando occhiate così suadenti e manesche da apparire imbarazzanti per noialtri. Tutti si giravano, alcuni, forse i più pervertiti, non vedevano l’ora che Romina approcciasse fisicamente il suo “curante”, certuni già durante le prime fasi di reclutamento si infilavano le mani nei pantaloni, iniziando a menarsi l’arnese, per non perdere ogni singolo secondo di Romina. Una volta che il traguardo era segnato e la direzione del suo culone impostata, ecco che Romina gli si avvicinava camminando con tutta la gamba perfettamente tesa, come fosse un tronco muscoloso con le calze a rete da cui affioravano cubi di grasso grandi quanto una palla da biliardino. L’odore di sporco ci nauseava a tal punto che noi, in quegli istanti, quelli della “caccia”, ci allontanavamo per paura di vomitare o semplicemente aver il pomeriggio definitivamente alterato nei sapori; quell’acidità era così invadente da rimanere incastrata tra i nostri peli dei nasi per ore e ore. Giggio, il barista faceva un segno con il mento per indicarci la vittima, la guardava con tenerezza e compassione, alle volte alzava in alto il suo bicchierino di lambrusco per fargli un brindisi. Noi ci posizionavamo attorno al bancone del bar, un bancone di ottone bello lucidato ogni giorno, coi ferretti in basso per aumentare ancora di più la resistenza ai vari scossoni e urti che ogni giorno i clienti picchiavano sbadatamente. “Il bancone me l’ha lasciato mio padre” ci diceva Giggio quando la mattina finiva di lucidarlo sputandogli sopra tre volte, una volta a sinistra, una volta al centro ed una volta a destra, passandogli poi un bello straccetto di camoscio sopra come si fa su di un’ arma che vuole sistemata a dovere prima che inizi il suo mestiere. Io, Marco Macovitti e Antonio Pesci appoggiavamo i gomiti sul bancone, lo facevamo con gentilezza sapendo quando Giggio teneva a quel ripiano. La Romina una volta che arrivava lì, davanti al malcapitato s’accendeva una sigaretta e senza nemmeno perdere troppo tempo beveva il rimanente di quello che il cliente stava consumando al suo tavolino. Coca-cola, spuma, caffè, amari, lei muoveva il suo braccione come fosse un braccio meccanico, arrivava al bicchiere e con una naturalezza quasi filmica lo portava sulle sue labbra, per poi ingurgitare tutto alla goccia. A quel punto chiunque si trovasse davanti a Romina aveva due possibilità: o alzarsi in piedi e offrirle da bere, rischiando il tutto per tutto, sapendo che Romina si trattava bene e spesso riusciva a reggere l’alcool meglio di un portuale marsigliese, o facendosi il segno della croce e abbandonarsi alle sue grazie. Se il malcapitato decideva la seconda, ecco che Romina entrava nel vivo dell’azione; si toglieva il ciappo che aveva tra i capelli lasciando cadere come stalattiti i suoi capelli neri unti che le finivano dietro la schiena come fossero degli strumenti di tortura usati nel medioevo. Tutto era pazzesco perché nel mentre, chiunque si trovasse dentro il bar rispettava una sorta di silenzio monastico, un silenzio che ogni tanto veniva interrotto dal rumore di una mosca che entrata da qualche fessura attirava l’attenzione di noi tutti. Oppure, raramente, qualcuno di fuori che passava da Giggio per rilassarsi un attimo, veniva attratto dal jukebox, bello color bianco avorio e blu elettrico con dei tubi di acciaio che riflettevano qualsiasi tipo di luce gli si stagliava contro. E se la moneta entrava facendo uno sklash come se qualcosa fosse stato digerito dalla macchina, ecco che le musiche selezionate erano sempre le solite hit del momento. Un brano di Rita Pavone, uno di Celentano o uno struggente di Sergio Endrigo, il resto della musica internazionale era pura follia anche per un appassionato di musica d’autore. Ma Romina oramai aveva dettato legge, ed il suo sguardo non si staccava dalla sua bertuccia; se non vi era tutta questa convinzione da parte dell’uomo che veniva intercettato, lei avanzava ulteriormente alzando la gamba per appoggiare il piede avvolto nella sua scarpa rosso metallizzato sulla sedia, come a voler dimostrare che al di sotto di quel vestitino striminzito mai lavato, si sarebbe potuto infilare un intero universo di piacere subdolamente onesto. A quel punto tutti si era costretti a cedere, un po’ per vergogna nel non voler andare oltre, un po’ per sfinimento psicologico, si arrivava ad un punto in cui Romina allungava la mano per farsi porgere quella del maschio, diceva: – “Ti va?” quando in realtà dall’altro lato nemmeno più arrivavano risposte, nemmeno più si sapeva cosa stava accadendo tra le meningi di chi era stato schiacciato dall’ipersessualità di Romina. L’uomo si alzava come fosse stato catturato dall’amazzone iranica pronta a consumarlo con delicatezza e pazienza tra le sue coperte inzaccherate e lerce nel suo appartamento dietro la stazione dei treni. Romina a quel punto si sbrigava e voleva fare in fretta l’uscita di scena, si guardava attorno mostrandoci il suo trofeo, dando a noi prova del fatto che lei tutt’ora cuccava proprio come una vera mademoiselle d’altri tempi. Il suo sguardo ci raggiungeva e noi tutti non ce la facevamo, dovevamo disinnescare quel senso di vergogna fortissimo che ci teneva aggrappati al bancone del bar. Gli ultimi cinque passi pareva di vedere un condannato a morte, lui con la mano nella mano di Romina, lui con uno sguardo affranto, lo sconfitto, il pestato, il sacrificato. Ci guardava pure lui come per volerci implorare nell’infrangere quell’incantesimo, ma noi non lo abbiamo mai fatto, nessuno ha mai osato dire niente durante quell’impietosimento così dannatamente viscerale. – In amore le regole son queste – ci siamo sempre ripetuti, e anche a casa, quando alle volte si parlava di Romina, in famiglia veniva fuori che lei tutto sommato si è sempre comportata con chiarezza nei confronti dei suoi clienti, non ha mai implorato nessuno di seguirla, seppure a ragion veduta le cose non sono mai proprio andate così. Ma allora perché quella morte negli occhi dei malcapitati? Perché questo ignaro timore di prendersi la sifilide quando in realtà nessuno mai ha dichiarato di esserne affetto, pur avendo passato ore di amore con lei? Per quale motivo a noi tutto quell’intruglio di sensazioni vomitevoli ed eccitanti, mandava in rivolta il nostro senso dell’amore?

Accadeva infine che quando la vittima usciva dal bar noi si rispettava un attimo di silenzio, ognuno racimolava quello che aveva imparato, alcuni che avevano le mani nei pantaloni le tiravano fuori in segno di riconoscimento, altri che avevano la bibita tra le mani l’appoggiavano come se un grande sconforto gli avesse preso il cuore e lo stomaco, e avessero bisogno di chiedere al signore le motivazioni per cui tutto questo ogni volta sembrava capitare non solo ad uno in particolare, ma a tutti noi dentro. D’altronde Romina andava amata così, lei era quella del paese ed andava amata e noi, anche se in cuor nostro facevamo di tutto per allontanarci da lei, alla fine ci trovavamo d’accordo sul fatto che Romina era “quella del paese” e andava amata così, con una forma di amore dedicata esclusivamente alla sua grazia-disgrazia. Con grande lentezza il bar riprendeva a vivere, i nostri pensieri si riaffollavano di stupidaggini, dei fumetti e delle ranocchie che Vito aveva raccolto nel fosso il giorno prima. Noi si riprendeva a sognare coi sogni forti, durissimi da scollare dai nostri occhi, volevamo tutti una Lambretta e della cioccolata svizzera, volevamo tutti vivere come dei signori anche tra le macerie, anche tra i fanghi della mototrebbia, volevamo vivere come dei ciclopi all’aria aperta e non rintanati in qualche grotta. Signori del nostro gregge, sempre in cima ad una Lambretta, sempre con in testa le ragazze, timorati da Romina, nella speranza che a nessuno di noi toccherà soddisfare le sue richieste di amore o nella speranza che prima o poi Romina tenderà la mano a qualcuno di noi. 

 

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