La prima notte a Modena. Il primo racconto “impossibile”.

Piccola storia impossibile di ladri, stradoni e fatti inconcludenti

Rubrica di Francesco Menozzi

Pubblicato il 03/10/2022

Ogni volta che raccontiamo una storia ci sentiamo portatori di una testimonianza di vita, che sia la nostra o quella di qualcun altro o che sia una storia mai accaduta, inventata; la vicenda detta come va detta, riguarda noi tutti esseri “urlanti”. (F. Menozzi)

Chiunque può partecipare alla rubrica inviandomi disegni, opere, fotografie da inserire all’interno dei singoli episodi per commentare con un’immagine o un’idea quello che la storia gli ha ispirato. Potete inviare il materiale alla mia mail francescomenozzi55@gmail.com . Sarà mia premura inserire il materiale e citare la fonte.
Buona lettura

 

Il 13 settembre del 1954 arrivò la notte anche a Modena. Nonostante alcuni sostengono che un accenno “seralino” fosse già stato rilevato qualche giorno prima dalle zone di Lesignana, la data ufficiale rimane ad oggi il 13 settembre 1954. Esistono numerosi documenti che riportano i fatti accaduti in quei giorni, soprattutto per quanto riguarda le celebrazioni per commemorare il giorno che da lì in poi sarebbe divenuto meno luminoso di almeno nove ore. Dalle foto e dai ritagli dei giornali è possibile notare come all’interno di Piazza XX settembre fosse stato allestito un piccolo palco con dei megafoni, bandierine e trombette; dalle foto è possibile vedere il sindaco di allora, il signor. Corassori ed una delegazione di scienziati in camice che descrivono con fogli di grandi dimensioni tutto il percorso che la notte avrebbe fatto nel suo primo giorno di vita. Sarebbe dovuta scendere lentamente partendo da Nonantola invadendo la campagna che fino ad allora era sempre stata illuminata tutto il giorno, ragione per cui certi contadini che si erano preoccupati avevano acceso dei fuochi chiamandoli “al foc ed S. Lorenzo” – il fuoco di San Lorenzo, per evitare che la notte arrivando potesse rovinare i loro campi e le loro piante da frutta abituate a ricevere il sole tutto il giorno. Sempre parlando della campagna ma questa volta spostandoci nella parte della bassa, verso Carpi, i contadini costruirono delle grandi coperte di lana da mettere sopra le vigne di lambrusco con l’uva ancora da raccogliere e per i campi di barbabietola ripuliti con ancora mucchi di barbabietole accumulati ai bordi degli appezzamenti, nella speranza che la notte capitando non portasse le temperature così basse da causare un gelicidio per le piante e gli animali che ci abitavano. Qualcuno andava raccontando che la notte scendendo avrebbe ucciso tutti i bambini subito, non appena nel cielo sarebbe spuntata la luna che fino ad allora nessuno l’aveva mai vista, ecco che la sua lucentezza avrebbe ucciso i bambini che ne entravano in contatto diretto con le teste, ragione per cui certe madri avevano munito i propri figli di cappelli di stagnola da mettere sulla cocuzza per riflettere la lucentezza della luna ed evitare così la tragedia. Ma la notte sarebbe scesa ugualmente, anche se la sua presenza avrebbe rappresentato la fine di tante cose o l’interruzione improvvisa di altre che però avrebbero ripreso il loro cammino il giorno dopo quando dal cielo il sole sarebbe rispuntato facendo dissolvere così le luci buie e mostrando per la prima volta l’alba, visibile con struggente chiarezza e commozione dalle parti di Marzaglia. Quel sole riposato e rimbombante sarebbe tornato come un minatore riemerge dalla cava coi suoi occhi di avorio e la sua pelle nera e ammutolita, i campi si sarebbero rimessi in moto per alzare verso il cielo i propri germogli e le persone che durante la notte si erano addormentate si sarebbero risvegliate come se si fossero riprese da un brutto colpo in testa. La notte avrebbe permesso a certi animali di migrare anche a Modena e nella sua campagna, nelle sue colline e nelle sue montagne. La natura si sarebbe popolata di gufi e civette, di ghiri e pipistrelli, di ricci e piccole volpi.

La notte stava capitando, anche se quelli di Formigine avevano preparato una marcia di protesta per richiedere al sindaco di interrompere l’arrivo della notte; a tal proposito si possono ancora trovare dei reperti fotografici in cui una bella porzione di abitanti di Formigine si sono radunati in piazza della Repubblica sollevando striscioni con scritto “nuèter an la vulon brisa la not” – noi non la vogliamo mica la notte, o ancora “lasam ster al sol” – lasciamo stare il sole, i volti degli uomini baffuti sembrano inneggiare a canti di protesta dai toni accesi, anche i bambini che sembrano schiacciati tra le pance dei padri sembrano partecipare attivamente alla ribellione spalancando le loro bocche cariate e lasciando intravedere l’ugola tremolante mentre alcuni indossano i fantomatici cappellini di stagnola in testa. Il suo tragitto non si sarebbe fermato, la notte sarebbe precipitata anche a Modena coprendo tutti i tetti delle case con il suo colore ombroso, sarebbe passata per Strada Santa Caterina oscurando le sue case popolari dai mille comiglioli sbuffanti mentre le genti tutte affacciate ai davanzali pregavano guardando il cielo mutare nella forma. La notte si sarebbe mossa rapidamente a quel punto, si sarebbe intrufolata nel Vicolo del Cane passando per i portici di via Emilia, si sarebbe fusa con la nebbia generando un incontro magico di luci e ombre, ammantando l’intera città in una tempesta di vapori gelidi e fari abbaglianti. Avrebbe sfidato senza timore i cadetti pronti a qualsiasi emergenza radunati nell’atrio dell’Accademia con le porte aperte, i cavalli tesi coi muscoli tirati e le briglie impugnate saldamente dai cavalieri. Avrebbe raggiunto il duomo scivolando dalla Ghirlandina verso la cattedrale, raggiungendo infine il ciottolato della piazza Grande. A quel punto come una macchia di inchiostro che si apre a contatto con la carta, eccola che in un istante avrebbe spalancato le porte al suo cielo blu scuro accompagnata da un sottile venticello ricco di sissa e mistero, ammutolendo ogni cosa compreso i morti di San Cataldo, compreso le donne e gli uomini della bassa mentre facevano l’amore, i bambini sulle biciclette o i pesci lungo i canali e nel Secchia. Eccola la notte, perfettamente calzante con ogni cosa, infilata fin dentro i fori dei tarli, tra le coperte stirate candeggiate e pronte per essere sgualcite da corpi stanchi e benedetti finalmente dal sonno. Ed eccoli uno ad uno i lampioni sbucare qualche settimana dopo, siccome un numero impressionante di incidenti con carretti, macchine e motorette ha immediatamente attirato l’attenzione del sindaco e di tutta la sua amministrazione, obbligandoli ad un intervento tempestivo per illuminare gli incroci più delicati della città e le strade fuori dalle mura per permettere inoltre ai viaggiatori solitari di seguire piccoli segni di luce lungo il loro tragitto. Eccole le fiaccole e le lanterne portate da uomini bassi con i fianchi larghi e il naso aquilino in giro per i campi a caccia di rane o di bestiole che si lasciano intravedere dalla luna nella speranza di essere accolte al suo cospetto; ecco degli uomini rifugiati nelle ombre dei colonnati lungo il portico in Corso Canalchiaro che spifferano segreti su come ingannare un “puvraz” che ha da poco portato la famiglia in città e si aspetta dalla gente un aiutino per trovare lavoro e mantenere viva la speranza del suo cognome. Ma ecco che alcuni non si sono mai abituati, certe persone non hanno mai imparato a vivere nella notte, qualcuno in campagna ha deciso di ridurre al minimo il tempo di pausa tra i campi, tornando a lavorare la terra quando ancora fuori è buio e il gallo sta riposando accasciato ad un mucchio di paglia, sognando galline e lombrichi provenire dal cielo rannicchiato in un oceano di desideri e illusioni che solo le immagini buie sanno illustrare.  

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *