CATTIVI PENSIERI. Le idee non nascono nei Festival

Inviti ad abbandonare il pensiero unico

Sono considerazioni come fossero Cattivi Pensieri per chiedersi altro: siamo tutti colpevoli ?

Pubblicato il 11/07/2022

Premessa: una dedica a sorpresa.

Con il prof. Franchino Falsetti ci conosciamo fin dagli albori della fondazione di Millecolline e la sua inarrestabile fucina di proposte si è sempre trasformata in articoli e iniziative che anno aggiunto lustro alle pagine di questa rivista WEB che è alla continua ricerca di autonomia informativa. La conoscenza fra noi è diventata una forma di amicizia e la distanza temporale, quella del giorno di nascita e di formazione, aggiunta al diverso spessore culturale, quello di una vita da professore verso una vita da tecnico, non ha mai determinato ostacoli nel trovarci concordi sul da farsi.  E’ stata quindi una grande sorpresa e riconoscenza quando nel leggere la lettera di accompagna, ho scoperto che l’articolo che leggerete a seguito, Franchino Falsetti, ha voluto dedicarlo a me.  Questo articolo che fa parte della nota rubrica “Cattivi Pensieri” suona oggi come una sorta di Manifesto Culturale di Millecolline e sono veramente contento che sia legato a questa dedica-dono che, ritengo, premi anche la costanza di informazione artistica legata a Millecolline.  Vedremo di farne un nuovo passo, più incisivo, sullo smantellamento della Cancel Culture che silenziosamente si è insinuata già sotto i nostri cuscini. Grazie ancora a Franchino Falsetti.

                                                                                                                                                                                                       Roberto Cerè

Le idee non nascono nei Festival

Con i primi caldi il calendario delle manifestazioni (locali e nazionali) delle cosiddette iniziative culturali, si rende attivo a partire dal mese di maggio fino alla fine di settembre, per poi passare la mano all’azionismo politico. L’Italia si trasforma in una grande sagra di “parole in libertà”.

Le grandi Associazioni professionali, le Università, le testate giornalistiche nazionali, in questi ultimi decenni hanno potenziato una loro autonoma presenza che non sempre è risultata necessaria o centrata sugli obiettivi emergenti determinati dalla propaganda dell’ultima ora.

Un esempio significativo  di questa kermesse stagionale sulle divagazioni del sapere umanistico e dell’attualità contingente e di moda, potrebbe essere l’ultima Edizione, appena conclusa, molto seguita dal pubblico bolognese e non solo, essendo un’iniziativa nazionale, quella conosciuta come la Repubblica delle Idee.

Dopo tre giorni di frenetica caccia agli “untori” della cultura italiana, degli strilli pubblicitari, dello spostarsi continuo come se fossimo in un centro balneare o ad un circo in fase di allestimento, insomma sul solito “crescentone” di Piazza Maggiore a Bologna si è consumato per la decima volta il sacrificio intellettuale alla dea Minerva. Sono intervenuti tutti: da quelli che sono di casa da anni nelle sedute spiritiche televisive, ai più gettonati delle case editrici o dei premi findus letterari. Dai responsabili dei vari settori di produzione a quelli del settore artistico ed eterni  diffusori di esperienze funamboliche e di mortale alienazione.

Tutti presenti! Con qualche dose di ottimismo hanno partecipato più comparse dei mondi evanescenti che il pubblico, rigorosamente seduto, con zainetto rivolto alla severa Torre dell’Orologio, per ricordare, ai più avveduti, che il tempo è denaro e non un optional. Si sa che anche nel tempo pianificato qualcosa di curioso può esserci, ma non come la raccomanda la populista propaganda: ” Dal 16 al 18 giugno per il decennale, un’edizione all’insegna del “conoscere e partecipare”, con workshop che permettono a tutti di diventare protagonisti”.

“Confrontiamoci insieme per tre giorni”; ” Da domani al 18 un programma ricco di appuntamenti con scrittori e artisti sul palco di Piazza Maggiore, in S. Stefano e nei saloni di Palazzo Re Enzo e d’Accursio”.

Più che un Festival sembrano gli strilli per una Fiera di paese con qualche sentimentale nostalgia agli storici programmi delle Feste dell’Unità nazionali. Dove esiste una correlazione tra le crescentine ed il Crescentone (palco privilegiato delle maggiori manifestazioni previste, compreso gli indispensabili Concerti per innalzare preghiere incomprensibili agli assenti ed ai contrari ). Una tre giorni da Strapaese. Una maratona in un parco dei divertimenti alla Lucignolo dove primeggiano temi ed idee, deformati dal potere e dall’usura del tempo. Ascoltiamo dai soliti noti le stesse cose, quelle che dovrebbero cambiare il presente e costruire il futuro.

E’ un ritual-appuntamento che non caratterizza solo il quotidiano la Repubblica (da 10 anni), ma ben alter realtà: da Modena, Mantova, Ferrara, Pordenone, Torino. Un circuito in cui da anni hanno formalizzato uno standard “sessantottino” che , con vari abbellimenti pubblicitari, suggeriti dallo Star System  dei liberi intellettuali di tutto il mondo, si incontrano per sentirsi per qualche giorno fieri di far parte delle cittadelle delle improvvisate “fortezze” del sapere e della cultura.

I luoghi scelti ed altri sono tutti evocativi di grandi gesta e tradizioni, ma non garantiscono alcuna continuità: manca, infatti, il saldo legame col passato.

I temi ci ricordano gli elenchi telefonici: titoli su titoli, con preferenze assolute sull’ambiente, sull’energia, sui mercati, sulla globalizzazione, sulle etnie, sul sesso e sue irradiazioni sociali e politiche, sulla crisi sessista, sul bisogno di affettività, sulle varie deprivazioni (in particolare riguardo a quelle psicologiche, emozionali od emotive), sulla perdita della ragione (ma per sostenere questo declino , sulle varie richieste di diritti  (nessun dovere), in particolare sulla libertà di scegliere il proprio sesso e su altre scontate e mai risolte emancipazioni dei propri desideri.

Questa sarebbe fare Cultura? Un’Agorà in cui domina il risentimento, lo sfogo, la protervia di essere uguale a non si sa che cosa o chi? I temi per crescere, per costruire il futuro, per avere dignità, maturità e responsabilità son ben altri.

Cominciamo per esempio a dimezzare gli esperti che non rispondono a quello che sanno, ma all’ambiente da cui provengono e sono stipendiati. Eliminiamo le patenti di intellettuale a coloro che lavorano nei social e sono blogger en plein air.

Cosa rappresentano queste corti di faccendieri del conoscere o del gastronomico intrattenimento? Inoltre bisognerà ricordare ed insegnare che ognuno deve rispondere del proprio mestiere ed esprimere pareri legati al proprio mestiere e nessuno sia l’alter ego di nessuno. Il tempo dell’errata corrige deve finire. Il tempo delle rettifiche anche. Ognuno al suo posto e  con le proprie responsabilità

Stiamo rivivendo gli anni del primo Novecento (1900-1914), quel periodo che il geniale Longanesi definì  “L’ora della Bovary”, “l’ora dello spleen politico “.

Il prevalere della noia, della ripetizione, il desiderio di evadere, di pensare cose diverse, pur nella straordinaria ricchezza di riviste letterarie come La Voce di Prezzolini. Ma prevalse il disagio che preparerà la Prima Guerra mondiale  ed oggi siamo nello stesso disagio, che non viene denunciato da penne epiche come Papini, Salvemini, Croce, Prezzolini, Gobetti, Soffici, Gentile, Borgese, Pareto, ma da imitatori improvvisati, controfigure del potere, che hanno cancellato la storia e la cultura del passato, e vivono, in modo retorico il presente, e “raccontano” storie e sono forieri impotenti del nuovo clima di smarrimento politico delle nazioni secolari e delle serie minacce alla Pace (vedi il conflitto russo-ucraino).

“Idee-rotte” dal mercato e da coloro che pensano che tutto andrà bene e che tutti siano protagonisti. La banalità che siano tutti pensatori (senza limiti di età e di cultura) e tutti possano prendere la parola per confrontarsi  è, forse, il lampante esempio del diffuso perverso populismo democratico,  pervasivo e distruttivo della dignità e della consapevolezza del proprio essere e delle proprie conoscenze.

“Noi sentiamo fortemente l’eticità della vita intellettuale, e ci muove il vomito a vedere la miseria e l’angustia e il rivoltante traffico che si fa delle cose dello spirito. Da una parte c’è una glaciale freddezza spirituale che non si scuote che per ragioni materiali.[…]”. (Così scriveva Prezzolini nel suo Editoriale del n.2 sulla sua prestigiosa Rivista Culturale “La Voce”, 1908)

Com’è possibile, quindi, vivere cambiando l’ordine delle cose o l’etichette delle cose, quando la merce esposta è sempre quella e quando la morte delle idee avviene perché l’uomo ha smesso di pensare, di ideare, di ri-costruire?

Mischel Foucault, semplicemente, ci ricorda che :

Per sognare non bisogna chiudere gli occhi, bisogna leggere”.

                                                                                                                                    Franchino Falsetti

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