L’Editoriale Millecolline di Franchino Falsetti. Abbiamo ucciso l’immaginazione

Editoriale della domenica

L’Editoriale Millecolline

Pubblicato il 10/05/2026

Abbiamo ucciso l’immaginazione

Non è un titolo per un nuovo romanzo giallo ambientato nel caos dei tempi correnti. È una semplice constatazione rivedendo, seppure sommariamente, i radicali cambiamenti avvenuti dalla seconda metà del secolo scorso.

Gli italiani erano tutto sentimenti e fantasia e questa etichetta partiva dalla prima educazione: il bambino doveva essere tutto sentimento e fantasia.

Lontane erano ancora le conoscenze relative alla psicologia infantile, alla psicologia dell’apprendimento, agli sviluppi dei campi cognitivi, dell’educazione alla ragione, delle ricerche pedagogiche che spostavano la cultura del bimbo centrico verso altre opportunità regolate ed allargate dai vari sistemi formativi fuori dalla scuola, nel considerarli uno prezioso strumento per sviluppare la personalità infantile e le sue esigenze di azione, di relazione e di conoscenze.

Il bambino progettista e sperimentatore delle conoscenze, consapevole della sua maturità e della sua crescita culturale ed affettiva. La contestazione del ’68 del secolo scorso contribuì a rompere quel velo protettivo non solo sull’infanzia ma su tutto il percorso della scolarizzazione, fino all’Università, mondo auto esclusivo, dove la società era ancora materia di studio e non di vita.

Mancavano le conoscenze che vennero diffuse dal pragmatismo americano (Marcuse) e dalle innovazioni delle teorie sull’età evolutiva (Piaget).

L’affermazione anche in Italia della scuola attiva, dei saperi da costruire, da fabbricare, lanciarono un nuovo modello ideologico della Scuola, delle sue finalità e della sua nuova visione: saper leggere la realtà e saper progettare il proprio futuro.

Sparirono tutte le forme dolciastre, provvidenziali, prive di ogni aderenza col mondo concreto ed anche in Italia si poterono considerare, con più scientificità, le forme dell’insegnamento come medium dell’imparare ad apprendere, a conoscere, a saper finalizzare, senza retorica astratta, le strutture del pensare e del comunicare. Un progresso travolgente, necessario, entusiasmante.

Si pensi che ancora alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso che si confezionavano ancora i libri di testo (di lettura) dove prevalevano contenuti religiosi, miracolistici, leggendari che finalizzavano la realtà ai loro artifici e formavano il bambino ad una dimensione. Erano piccole favolette da imparare a memoria. Senza alcuna riflessione, senza alcuna spiegazione. E poi si registravano le dissociazioni. La sorpresa, crescendo, era che le cose non erano così. Che la realtà aveva ed ha la sua identità e bisognava conoscerla, interpretarla, criticarla.

Come deve essere ancor di più considerata oggi che siamo di fronte ad altri tipi di realtà: da quella virtuale all’intelligenza artificiale.

La fantasia (educata) sviluppava motivi di creatività formativa e le fiabe e le favole sono nate per questo: vivere un mondo possibile, un’ingenua utopia per possedere una propria e piacevole visione della vita che ci rendesse meno aridi e più ubbidienti ad altre seduzioni dell’irreale, come: l’immaginazione, l’immaginare.

Una dimensione in cui la creatività diviene produzione, invenzione, ideazione: immaginiamo di. Questa era la pista per uscire dalla realtà ma utilizzandone ogni verosimile aggettivazione. Non era più Pollicino ma Pinocchio. Un racconto da sembrar vero. Oggi non sappiamo più immaginare.

La letteratura contemporanea si è trasformata in descrizioni consolatorie, in un personale psicologismo, in autoconfessioni, in svariate deformazioni della propria identità fino a scadere alla volgarità e scurrilità.

La narrazione è sempre più un ansiolitico. Abbiamo bisogno di sfogarci e di istigare alla trasgressione. Una realtà che ci ipnotizza e ci abbandona nella nostra solitudine prodotta dalla tecnologia.

Abbiamo bisogno dell’immaginazione: una salda aderenza alla realtà, ricreandola, per trovare nuove soluzioni e prospettive utili a comprendere perché la realtà è scomparsa.

“In questo racconto i luoghi, e i personaggi, sono immaginari. Gli uni si trovano sulla carta geografica, gli altri non vivono, né sono mai vissuti, in nessuna parte del mondo. E mi dispiace dirlo, avendoli amati come fossero veri”.

(N. Ginzburg, Le voci della sera)

Franchino Falsetti

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