CATTIVI PENSIERI. Abbiamo lo ius soli alla bolognese

Inviti ad abbandonare il pensiero unico

Sono considerazioni come fossero Cattivi Pensieri per chiedersi altro: siamo tutti colpevoli ?

Pubblicato il 26/12/2022

Abbiamo lo ius soli alla bolognese

Così si è pronunciato il Sindaco Lepore nella speranza che come gli spaghetti, questa iniziativa possa avere la sua risonanza ed un riconoscimento di fatto della validità di cui siamo convinti.

Questa realizzazione simbolica era stata già anticipata nell’estate scorsa ed oggi, con il sostegno (media partnership) del quotidiano storico della città “il Resto del Carlino”, nei giorni scorsi il “sogno” si è realizzato attraverso una classica cerimonia di consegna a mille ragazzi di una pergamena che assegna questo onorifico riconoscimento. Mille nuovi giovanissimi bolognesi non nati da genitori con cittadinanza italiana, ma nati a Bologna (appunto lo ius soli – cioè sul territorio dove si vive).

La cerimonia si è svolta al Teatro delle Celebrazioni il 22 novembre scorso. “Non parliamo solo di una pergamena o di un pezzo di carta, ma dell’appartenenza a una comunità. Per questo un giornale storico come il Carlino può e deve fare la sua parte, raccontando questo percorso, la Bologna che c’era, che c’è e che può diventare”, spiega la direttrice di Qn, il Resto del Carlino, La Nazione e il Giorno, Agnese Pini”. (Il Resto del Carlino, 18 novembre 2022)

Sul palco del Teatro oltre al Sindaco erano presenti influencer, tiktoker, attivisti, sportivi, un piccolo gotha della propaganda, ben sapendo che questa è una scelta politica, fuorviante rispetto all’iter parlamentare, ma in piena sintonia con il pensiero unico che si sostiene nel nome della “solidarietà” per legittimare i diritti civili.

Ancora una volta assistiamo a queste “balconate” della demagogia governativa e ci dimentichiamo delle pagine vergognose scritte dai progressisti italiani per altri “tipi” d’italiani.

I meridionali (non hanno bisogno di ius soli o sanguinis) sono italiani come quelli del centro e del nord. Ma all’epoca dell’emigrazione (anni cinquanta- settanta del secolo scorso) erano “terroni” e sono ancora rimasti “terroni”. Erano sporchi ed incivili.

Con vari epiteti discreditanti: da marocchino a Lubumba, da africano a mau mau, da Napoli a quelli del “tacco”. Per rimanere nella decenza.

Ciò non toglie che a Torino dove erano in maggiore numero (come operai della FIAT), la popolazione torinese espresse subito una piena ostilità ed intolleranza fino ad affiggere avvisi sulle vetrine dei loro negozi: Qui non si vende ai meridionali. E tutto questo con la complicità della sinistra, del centro e della destra. Veniva persino utilizzato il titolo del romanzo dello scrittore ed artista Carlo Levi: Cristo si è fermato a Eboli, per cercare di denigrare e di marcare ulteriormente questa indesiderata “invasione”. Ma questi giovani  (in maggioranza) volenterosi che avevano abbandonato i loro paesi d’origine, il loro mondo di affetti e di tradizione, con a carico le loro famiglie, lottarono per la loro integrazione mentre subivano disumane difficoltà e forme illegali di sfruttamento. Furono coloro che realizzarono la rinascita produttiva ed il boom economico italiano e non venivano da un altro pianeta.

Cioè non erano considerati italiani. Erano: siciliani, calabresi, campani, pugliesi, abruzzesi, sardi, lucani. In quel periodo nessuno si candidava come influencer e nessuno gridava alla solidarietà, all’integrazione, all’inclusione, come si grida oggi per gli sbarcati privi d’identità e di storia (uomini e donne e bambini del mare).  Ma questi erano (non uomini del vento, non donne da infibulare, non bambini da sfruttare) italiani a tutti gli effetti, sia come cittadini che come esseri nati e cresciuti sul territorio dove, i loro padri e nonni avevano, più di qualunque altra regione, versato fiumi di sangue per liberare l’Italia dallo straniero oppressore e concorrere alla nascita dell’Unità d’Italia e dell’Italia come Nazione.

Nessun giornale ha sostenuto campagne contro questa vergogna incancellabile, ma, come molte altre cose, ci si dimentica di ciò che dà fastidio o può essere controproducente. Persino il quotidiano prestigioso come “La Stampa” di Torino alimentò queste razziste discriminazioni tra torinesi ed immigrati, tra italiani ed italiani.

Nulla da obiettare sui diritti, ma noi oggi viviamo in una Repubblica democratica che è regolata da una Costituzione e da un Parlamento democraticamente eletto. Ebbene il nostro Sud è ora di non considerarlo più terra di conquista e cerchiamo di avere quella stessa determinazione che si esprime, per mille interessi, verso l’emigrante straniero che emigra nella nostra Nazione. Cerchiamo di ideare una pergamena di lode da dare a tutti gli italiani del Sud che lavorano e perdono il posto, la casa, oggi,  anche a Bologna e cerchiamo di ringraziarli per la loro abnegazione e volontà di sentirsi non italiani, perché lo sono da secoli, ma bolognesi d’adozione, che è un’altra cosa, che non ha bisogno di carta bollata e nemmeno di albi onorari per sceneggiate teatrali, ma, ha bisogno semplicemente, di quel senso di vera solidarietà che trasforma tutti in civis bononiensis.

 

                                                                                                                                                                                             Franchino Falsetti

  

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