Editoriale Millecolline. La cultura del perdono, dei ripensamenti e delle scuse

Editoriale

L’Editoriale Millecolline

Pubblicato il 11/09/2022

La cultura del perdono, dei ripensamenti e delle scuse

 

Insieme alle nuove malattie sociali come il politico corretto, il cancel culture, il pensiero unico, il negazionismo, la globalizzazione degli stili e dei loro consumi, oltre alle diseguaglianze socio-culturali, dobbiamo considerare le persistenti metastasi costituite: dal perdono, dai ripensamenti, dalle scuse.

La Civiltà ha perso le sue convenzioni, le sue certezze, le sue determinazioni. Gli uomini del passato hanno teso a costruire senza incertezze e mali oscuri. Con l’avvento della psicoanalisi, della psicologia, dell’antropologia e delle neuro scienze, l’uomo è meno sapiens ed è più portato alla soddisfazione del proprio mondo interiore, a confrontarsi quotidianamente con la propria coscienza, a sostituirla, quando non si hanno spiegazioni, con la sfera emotiva, emozionale, empatica. I nostri rapporti con gli altri, oggi si risolvono con inchini, con le mani giunte, con la mano destra sul cuore ed un sorriso.

È il linguaggio universale che abbiamo visto persino nelle sedute parlamentari europee, nelle Assemblee dell’ONU, od altri grandi organismi politici ed internazionali. Ed in questi deboli contesti che proliferano nuovi comportamenti, che rischiano, antropologicamente, di cambiare la nostra eredità culturale, la nostra appartenenza, la nostra cittadinanza storica.

Ha cominciato la Chiesa che, in modo particolare dal pontificato di San Giovanni Paolo II, con qualche avvedutezza di papa emerito Ratzinger, per finire allo indomito gesuita papa Francesco, che i fatti dolorosi compiuti nel passato remoto e prossimo, da questa Istituzione religiosa, fanno vergogna e subito hanno mosso gli ammortizzatori non teologici, ma diplomatici, politici, di esperti di secolarizzazione, per chiedere perdono, risolvendo così ogni rimostranza, ogni risentimento, ogni legittima deplorazione.

Questo strumentale relativismo non fa onore alla Chiesa, ai suoi responsabili, al cristianesimo ed ai cristiani in generale. Non è questa la strada. La Storia ha i suoi tempi ed è l’uomo che ha bisogno di questi tempi e circostanze. Non il contrario. Non l’uomo che ha perseguitato, torturato, limitato la libertà altrui, non può essere giudicato fuori da un contesto, che di fatto non ci appartiene più. Nessuno vive più come nel ‘300, nel ‘500, nel ‘700, o nell’Ottocento. È come quell’aberrazione del Me Too che colpevolizza le molestie sessuali subite 10, 20, 40 anni prima, quando non solo i contesti, ma i costumi e le leggi (dei vari periodi storici) non prevedevano queste come offese, questi atti come reati che potessero colpevolizzare le innocue intemperanze del povero maschietto educato nella sua tradizionale ideologia, stereotipata della sua indiscussa supremazia virile e di ammagliante conquistatore. (es. il gallismo italiano!!!!)

Come il delitto d’onore. Altro retaggio di ignoranza e di bassa cultura popolare legata alla supremazia tacita, subordinata e mafiosa sulla donna, parte, ancora, di una certa società analfabeta e dominante. Ed inoltre il fenomeno del femminicidio che in questi ultimi anni, quasi come pendant alla devastazione contagiosa del Covid, rappresenta una sorta di rigurgito di vecchi e tribali valori, ma, soprattutto, di mancanza di educazione, di assenza totale di cultura ed istruzione. La scuola non ha mai affrontato questo rapporto di rispetto e di conoscenza sessista e culturale tra uomo e donna (fin dalle comunità infantili).

E poi la demagogia politica ne è ha amplificato la gravità insieme a forme di intolleranza che travalicano il problema e gettano ombre su ogni tipo di risoluzione. Questo effetto domino deve finire. Le leggi non sono risolutive. Ripeto è opportuno un progetto educo-formativo nazionale da svolgersi direttamente a Scuola in costante collaborazione con la Famiglia e le Istituzione cointeressate. Così come per l’altro triste fenomeno che si chiama “bullismo”. I ragazzi protagonisti di questo modello delinquenziale esprimono la loro solitudine e l’abbandono da parte della Società. Da parte della Famiglia (che non c’è). Da parte della Scuola che si limita a riprenderli con la minaccia dell’espulsione od il basso voto in condotta.

Mi sembra di ascoltare cose inverosimili e deprimenti. Questo fenomeno che caratterizza le Civiltà più evolute è frutto di un certo benessere diffuso, della noia del vivere e non saperli rendere protagonisti e responsabili della loro crescita e della loro maturità. Anche qui si realizza la cultura dello scarto. Li consideriamo solo perché ci aggrediscono, ci disturbano, compiono atti di sopruso verso i coetanei e verso le persone più indifese. Ripeto la mia convinzione è (come ci è stato brillantemente illustrato da Don Milani, con la sua scuola di Barbiana) portare questi ragazzi a non essere i nuovi selvaggi delle periferie abbandonate o grasse anarchiche, ma essere educati a saper vivere in comunità, come era (il sano e vecchio Oratorio), in cui non sia possibile la separazione, l’aggregazione per generare esperienze solitarie e negative.

La Comunità fatta di tutti, di ogni età e con molte figure adulte, esperte in educazione e comunicazione. Il tema di fondo, anche per questo fenomeno, non è il perdono (sono minorenni) ma è la punizione esemplare per redimerli. Punire non per sorvegliare, ma per rinnovare, cambiare, renderli per quello che sono: soltanto ragazzi.  E gli esempi sarebbero tanti altri, prima che il lento cammino dei diritti (donne e uomini) raggiungesse le emancipazioni e garanzie dell’attuale vivere civile. Anche se l’ingiustizia molto spesso si prende le sue rivincite per un ritorno oscurantista che continua a confondere il diritto con il reato.

E qui valgono i ripensamenti, le sostituzioni, i trasferimenti perché “abbiamo sbagliato”, non siamo stati troppo avveduti” e quindi abbiamo messo un innocente in carcere al posto del vero colpevole. Un errore giudiziario un tempo era una rara eccezione, oggi, purtroppo, sta diventando una inaccettabile abitudine. Le lungaggini processuali, eventuali inquinamenti, troppe idee, troppi discorsi, troppi “parlatoi”, alla fine questa nostra Giustizia non cambia: tutto è affidato al buon senso del magistrato, degli avvocati, ma la scienza del diritto dov’è? La cultura della dignità della persona, dov’è?

Avere giustizia significa saper applicare la legge, senza interpretazioni politiche o permissive, che rispondono a deprivazioni e frustrazioni personali. Chi esce di casa per far la spesa e ritorna e trova la sua casa occupata, non mi sembra un fatto logico, sui cui chiedere scusa (dopo mesi di tormenti, lacrime ed agonie), né tanto meno una necessità perché qualcun altro debba arrogarsi questo “diritto”, ma siamo di fronte ad una vera e propria violazione di domicilio. Perché titubare, perché pensare che il diverso (straniero) abbia dei diritti acquisti e possa liberamente occupare, oltre che rubare, in ogni luogo, in ogni direzione, in ogni porta che sia apribile?

Ci sono i peccati storici che non hanno bisogno di essere assolti, perché nessuno a riscritto i dieci Comandamenti; ci sono i nuovi peccati quelli che ho descritto sommariamente e su cui presto ritornerò per seguirli e commentarli separatamente, che non hanno bisogno di leggi buoniste, o di comportamenti del laissez faire o, tantomeno, di perdoni e di aiuti indiscriminati.

Forse piuttosto che continuare a dichiarare la morte della Civiltà, dovremmo ancora imparare dalle vecchie Civiltà.

 

                                                                Franchino Falsett

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