Editoriale Millecolline. Non è con l’Amicizia che si vince

Editoriale

L’Editoriale Millecolline

Pubblicato il 31/07/2022

Non è con l’Amicizia che si vince

Il XXI secolo sta cambiando il genere umano e le sue identità ed anche l’Amicizia, quella già definita da Platone e perfezionata da Aristotele gettarono le prime basi per la comprensione e finalità del prossimo. Per Cicerone, nel suo famoso trattato, è diventata un’altra cosa, e noi, per renderci conto di ciò che stiamo parlando, dovremmo abbandonare i luoghi comuni che l’anno connotata in oltre duemila anni e pensare a ri-definirla, poiché neppure il gioco etimologico e filologico ci può aiutare.

Anche se Cicerone considerava l’Amicizia in senso elitario poiché la considerava “una virtù civile che unisce gli uomini migliori”, cioè i più potenti, i più illustri, i più valorosi, metteva in evidenza che alla fine la vera Amicizia era un atto di ammirazione che si prova nei confronti dell’eccellenza (diremmo oggi).

Quindi non l’amicizia “ordinaria” fatta di temporanei sentimenti o naturali attrazioni rispetto ai fattori empatici, ad un certo uso comune di un linguaggio, di modi di fare, di modi di pensare.

L’amicizia con il significato di solidarietà è presente anche nella cultura e religione cattolica: una mano sempre tesa verso il prossimo, per l’aiutarlo e sostenerlo nel bisogno. Attraverso la pratica dell’amicizia si apre la strada verso l’amore di Cristo e dei suoi insegnamenti. E così i Padri della Chiesa fino a san Tommaso che introduce il concetto di “charitas”. Il benessere del prossimo attraverso l’amicizia (Charitas) per amare Dio.  Sentimenti d’incontro, di umiltà, di semplicità, di riconoscenza, di preghiera si nascondono in questa “miracolosa” parola, di cui San Francesco di Paola (1416 – 1597), fondatore dell’Ordine dei Frati minimi, ne farà il suo distintivo messaggio e pratica di Vita cristiana. Ma il mondo non è fatto di disquisizioni filologiche o storiche cercando di ipotizzare cambiamenti per delineare nuove concettualità. Ci sono anche quelli che vengono definiti comportamenti ed escono da ogni filosofia tradizionale e da ogni riferimento che afferisca, anche, alla nostra religione cattolica. I due mondi laico e religioso che su questa parola hanno scritto con uguale omogeneità, un certo orientamento d’intesa, oggi anche questa nobile parola di antichi valori esistenziali, galleggia nel mondo liquido della modernità, della contemporaneità.

Tra le migliaia definizioni che la Storia ci ha offerto sull’Amicizia, penso che sia la più attendibile e sinteticamente la più legata alla verità del divenire delle epoche, quella lasciataci dal grande Galileo Galilei: ”Un amico è colui che sta dalla tua parte quando hai torto, non quando hai ragione. Perché quando hai ragione sono capaci tutti”. Sembrerebbe una considerazione lapalissiana, ma non lo è!  L’ovvio è una consolazione per molti, per altri è un modo di vedere l’invisibile, il nascosto, il profondo.

La vera Amicizia è un legame tra due e più persone che hanno obiettivi comuni, idee indivisibili, comportamenti paritetici, comuni sentimenti ed il coraggio delle scelte di solidarietà, di rispetto reciproco.

Questa dovrebbe essere ancora il senso dell’Amicizia e dell’essere Amico/Amica.

Ma, pur continuando, ad usare questo termine tra i più antichi dell’Umanità, poiché è un piccolo patrimonio che appartiene a tutte le culture del Pianeta, ci stiamo accorgendo che, nel frattempo, il mercato, l’industrializzazione, la globalizzazione, gli interessi delle multinazionali, hanno cambiato il senso e la finalità di questo prezioso lemma, che resta con la sua tradizionale definizione, inalterato, nelle pagine del Dizionario della Lingua Italiana.

Una prima picconata è partita dalle reti illuminate di Berlusconi con l’imposizione della trasmissioni “Amici”. Una trasmissione melensa, sulle artefatte subculture delle sfere intime dei sentimenti, della lacrima facile, dell’ignoranza legata ai contatti fisici, emotivi, sensazionali e spettacolari. Vedere e non capire le miserie quotidiane per far divertire, per partecipare al “dolore” predisposto degli altri. Un programma al dir poco macabro, grottesco, delle più cupe descrizioni dickensiane. In queste lunghe puntate (programma che continua tutt’oggi) si è rotto lo specchio di Alice, la fantasia si è frantumata, ed i buoni sentimenti, i segreti che vivono nel nostro intimo sono stati oggetto di invasiva volgarità, di assurdità pedagogiche e di rispetto verso ogni tipo di personalità (maschile e femminile). Le vicende amorose, gli abbandoni, le presunte “crudeltà” mentali e sentimentali sono divenute materie per una lunga serie che continui i tormenti inesistenti ed irrisolvibili di uno nuovo Frankenstein. Da qui è cambiata l’etica e l’estetica di un popolo come quello italiano che aveva fatto del sentimento e dell’Amicizia un pilastro di difficili cedimenti tranne per quei legami stipulati per convenienza, opportunità di momentanei interessi.

I patti del “tutto per uno“ dei famosi Moschettieri hanno giovato a molte generazioni incerte, indecise, sofferenti di immaturità.

La vera Amicizia contribuisce a crescere, a diventare più sicuri, a conquistare maggiori sicurezze ed autonomie. Insomma a diventare grandi, a sentirsi sicuri protagonisti. Tanto l’amico fedele è sempre pronto ad aiutarci, a sostenerci, a rassicurarci.

Ci darà ragione anche quando avremo torto, così ci ricorda Galilei.

Ma l’Amicizia oggi non vince più: è diventata un servizio, un espediente, un molle oggetto come la plastilina che dopo poco possiamo gettarla, metterla da parte, dimenticarla.

Al posto di questo sottile filo rosso della reversibilità esistenziale sono nate le cooperative, i consorzi, le associazioni, tutto un mondo che ha finito per demolire questo essenziale e primordiale legame empatico delle attrazioni individuali.

A questo proposito lo scienziato Zygmunt Baumann dirà: “Io non credo che il problema dell’uomo contemporaneo sia il bisogno di appartenere a una comunità, ma quello di liberarsi dall’obbligo di dover fare continuamente delle scelte e prendere delle decisioni”.

La cultura del collettivo, del collettivismo, dell’assemblearismo, delle scelte “condivise”, del prevalere della maggioranza ha portato alla spersonalizzazione da un lato e dell’altro lato alla perdita dell’individualità.  L’uomo ha cominciato a vivere appena si è liberato dalla cappa bigotta regolata dal cosiddetto destino e dal mondo preconfezionato determinato dalla religione, dove santi e santini, altari e processioni hanno obbligato secoli di oscurantismo ed aborti di ogni realizzazione spontanea, di sogni e di libertà del proprio agire sociale. Ciò che in modo impenetrabile altrove si definiva “libero arbitrio”.

Nell’attuale deserto dei sentimenti, delle offuscate educazioni della formazione valoriale e nella cancellazione dell’affermazione delle identità individuali, le maggioranze silenziose, la massificazione ed omologazione presenti nel processo di globalizzazione o mondializzazione, rendono quasi irrealizzabile la naturale tendenza delle “affinità elettive” che vivono nelle nostre coscienze, nel nostro modo di relazionarci. L’Amicizia è un concetto astratto, mistificato, foriero non più di buoni sentimenti e di futuribili progetti di vita, ma volgare oggetto di manipolazioni per un fotoromanzo la cui trama è costruita dai nuovi mostri della disumanizzazione, dalle banalità di una sovrastruttura defuturizzata e dalla negazione della vita attiva, individuale, personale, futuribile.

 

                                                        Franchino Falsetti

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