L’afflato cristiano della poesia di Ernestina de Champourcin
Due profonde anime del 900: Escrivà e Champourcin
Pubblicato il 2/6/26
Il carteggio tra Ernestina de Champourcin e Josemaría Escrivá, sviluppatosi tra il 1959 e il 1974, costituisce una fonte di particolare rilievo non solo per la ricostruzione di un rapporto spirituale, ma anche per comprendere il modo in cui una grande voce poetica del Novecento spagnolo rilegge se stessa alla luce della vocazione, della sofferenza e della perseveranza.
Non si tratta, infatti, di uno scambio episodico o meramente devoto: nelle lettere, nelle dediche e nei biglietti natalizi emerge un tessuto umano in cui esperienza religiosa e lavoro poetico si illuminano reciprocamente. In tal senso, il valore del corpus non è soltanto documentario; esso permette di osservare da vicino la trasformazione di una soggettività letteraria che non rinuncia alla propria finezza espressiva neppure quando si consegna, con tono filiale, a un dialogo spirituale.
Fin dalla prima lettera conservata Champourcin elabora la propria vicenda in termini di rinascita.
Padre: anche se sono nell’Opera ormai da più di cinque anni, questa è la prima volta che le scrivo… e questo silenzio, per molti inspiegabile, per me logico, doveva ormai rompersi. Sembra inverosimile tacere, proprio perché c’è tanto da dire… Eppure mi trovo in questa situazione.
Forse qualcuno dal Messico le ha parlato di me e allora al suo cuore di Padre non sembrerà strano ciò che mi sta accadendo… Il figliol prodigo deve aver provato qualcosa di simile a ciò che provo io, quando suo padre, «mentre era ancora lontano, lo vide e, mosso a pietà, corse verso di lui e gli si gettò al collo…». Perché il Signore mi ha chiamato due volte, dandomi entrambe le volte la grazia di rispondere: la prima «quando ero molto lontano»; allora è venuto a cercarmi, a prendermi materialmente per mano, ad aprirmi gli occhi, poiché la mia prima preghiera dopo molti anni di cecità è stata «Signore, fa’ che io veda!».
La seconda chiamata, che spero definitiva, è arrivata molto dopo, dopo una lunga ricerca
e una dura lotta. Ed è arrivata, Padre, attraverso la sua voce, la voce dei suoi: di quelle figlie e quei figli che lei ha in Messico e che con tanta fedeltà sanno diffondere in queste terre il suo messaggio di amore e di speranza. E grazie a loro, quando tutto sembrava finito – la mia giovinezza, la mia illusione di amore assoluto, di valori eterni – sono rinata miracolosamente e ho iniziato a vivere – ora per davvero – quel sogno d’amore di Dio della mia adolescenza che credevo di aver perso senza rimedio. […]
Il 19, al momento del rinnovo, la ricorderò più che mai – anche se ci sono pochi momenti della mia nuova vita in cui non la tengo presente – e pregherò con tutte le mie forze per le sue intenzioni. […]
Questa lettera potrebbe non finire mai, poiché da quando ho scritto la data sembra che la mia penna si muova da sola. Ma ciò che resta da dire – che è tutto – spero di dirglielo un giorno di persona, in questo Messico dove siamo già in tanti ad amarla…
Che il 19, e sempre, il Signore la riempia di grazie speciali.
Sua figlia che attende la sua benedizione
Ernestina
(Città del Messico, 12 marzo 1959)
Un altro nucleo decisivo del carteggio riguarda il rapporto tra scrittura e obbedienza interiore. Dopo il primo incontro personale a Roma, Champourcin scrive il 15 marzo 1962: “Escribo, como ud. me dijo, en cualquier minuto, incluso en cualquier papel, y ya tengo varios poemas… para que vea que trato de obedecer, o sea, de hacerme cada día más hija de Dios y suya”.
Qui la scrittura poetica viene sottratta tanto all’estetismo quanto all’idea romantica dell’ispirazione incontrollata. Scrivere “in qualsiasi momento” e “in qualsiasi foglio” significa assumere la poesia come disciplina quotidiana, quasi ascetica, in cui l’atto creativo si lega alla fedeltà.
Il nesso finale — “farmi ogni giorno di più figlia di Dio e figlia Sua” — chiarisce che la pratica letteraria non è affatto marginale nel suo itinerario spirituale; al contrario, diventa uno dei luoghi concreti in cui l’identità filiale si esercita e si verifica. In questo senso, il carteggio consente di leggere Champourcin non solo come poetessa religiosa, ma come autrice per la quale il lavoro della parola appartiene pienamente alla vita teologale.
In tale prospettiva acquistano particolare rilievo le risposte di Escrivá, che mostrano attenzione non soltanto alla persona, ma anche all’opera della poetessa. Nella lettera del 13 settembre 1968 egli scrive: “Ho ricevuto i tuoi ultimi scritti, che leggerò con calma, con tutto l’affetto che meritano: ho voluto poi sistemarli nel soggiorno di questa casa”.
E ancora, il 13 maggio 1972: “Ti ringrazio di cuore per il nuovo libro… Mi è piaciuto molto, perché le tue poesie sono davvero belle e aiutano a pregare”.
Questi passaggi sono notevoli perché attestano una ricezione della poesia di Champourcin che non si ferma alla cortesia epistolare. Da un lato, il collocare i libri nel “soggiorno” della casa conferisce loro una visibilità simbolica; dall’altro, il giudizio secondo cui i suoi versi “sirven para hacer oración” formula una vera e propria ermeneutica della sua scrittura. La poesia non è qui ancella ornamentale della fede, ma forma capace di sostenere l’orazione, cioè di tradurre l’esperienza interiore in linguaggio condivisibile.
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Di Ernestina ho già iniziato a delineare l’itinerario esistenziale e letterario. Qui trovate il mio primo articolo su questa intensa “voce” spagnola che ho avuto l’ardire e l’ardore di tradurre per un Premio Letterario attivo proprio in queste settimane.
Di Escrivà vi lascio questa breve bio:
Nato il 9 gennaio 1902 a Barbastro, in Spagna, Josemaría Escrivá de Balaguer ricevette una profonda educazione cristiana. Nel 1915, la famiglia si trasferì a Logroño per motivi di lavoro. Fu proprio lì che Josemaría sentì per la prima volta la chiamata di Dio, dopo aver visto sulla neve le impronte di un religioso scalzo. Non capì subito cosa Dio volesse da lui, ma decise di diventare sacerdote per scoprirlo. Studiò in seminario a Saragozza e, su consiglio del padre, si iscrisse anche all’università per studiare diritto da privatista.
Nel 1924, suo padre morì e Josemaría diventò il responsabile della famiglia. L’anno dopo, il 28 marzo 1925, fu ordinato sacerdote e iniziò a lavorare in una parrocchia, poi a Saragozza. Nel 1927 si trasferì a Madrid per ottenere il dottorato in diritto. Lì, il 2 ottobre 1928, ebbe una visione interiore in cui capì la missione che Dio gli affidava: fondare l’Opus Dei, un’opera che avrebbe aiutato le persone a vivere la santità nella vita quotidiana.
Non smise di esercitare il suo ruolo di sacerdote, soprattutto tra i malati e i poveri di Madrid. Quando nel 1936 scoppiò la Guerra civile spagnola, Josemaría fu costretto a nascondersi a causa delle persecuzioni religiose. Continuò a celebrare Messa e confessare in segreto. Riuscì a fuggire in Francia attraversando i Pirenei, per poi stabilirsi a Burgos. Terminata la guerra, tornò a Madrid nel 1939, dove completò gli studi in diritto e tenne molti corsi di esercizi spirituali per sacerdoti, religiosi e laici.
Nel 1946 si trasferì a Roma, dove ottenne il dottorato in teologia. Fu nominato consultore di alcune Congregazioni, entrò a far parte della Pontificia Accademia di Teologia e fu nominato prelato d’onore di Sua Santità. Partecipò attivamente al Concilio Vaticano II (1962-1965), mantenendo contatti con molti Vescovi. Viaggiò in Europa e, tra il 1970 e il 1975, in America Latina, Spagna e Guatemala per sostenere lo sviluppo dell’Opus Dei, incontrando migliaia di persone per incontri di catechesi.
Morì a Roma il 26 giugno 1975, e fu sepolto nella chiesa prelatizia di Santa Maria della Pace. Il 6 ottobre 2002, Giovanni Paolo II lo canonizzò. È considerato “il Santo dell’ordinario”, perché insegnava che anche le azioni semplici della vita quotidiana possono portare alla santità.
