Editoriale della domenica
L’Editoriale Millecolline
Pubblicato il 05/04/2026
Le notizie sono come i petardi fanno rumore
Si può scrivere per sollecitare curiosità, eventuali interessi, qualche rapsodica riflessione, perché ciò muove il contatto con la realtà e che ci sia qualcuno che ne parli.
Ma non si può solo pensare che la cronaca sia un loisir, un passatempo dei giornalisti funamboli, perché la notizia può essere divertente, finalizzata ad obiettivi di coralità, di partecipazione, di visioni ottimistiche e stimolanti per il nostro benessere.
Tutto potrebbe essere predisposto perché l’apprendere di ciò che concorra alla nostra educazione e formazione non venga alterato dal pettegolezzo, dalla chiacchiera calunniosa o tendenziosa dei media e dalle agenzie scandalistiche.
Le notizie sono come i petardi: fanno rumore. Non servono per aiutarci a capire i fatti che accadono e come accadono. Si tratta di riempiere pagine e pagine dei giornali (nazionali e locali) in modo compilativo per garantire la propria sopravvivenza.
In diversi precedenti miei Editoriali ho puntato il dito sulla superficialità ed indifferenza dei giornalisti o degli esperti nel voler trattare tutto come fosse la sceneggiatura di una fiction in cui lo stereotipo linguistico si intreccia con le banalità dei contenuti.
I programmi televisivi, le reti internet sono tutti petardi che fanno sobbalzare gli ingenui ma condizionano gli sprovveduti al processo di emulazione per creare disagio, rumori incontrollati, un certo fastidio per chi vorrebbe rendersi conto del perché le cose non funzionano e del perché c’è chi manovra per oscurare ogni verità rivelatrice. Si evoca “tanto rumore per nulla” ed è questo il filo conduttore dell’attuale modello di vita: abituarsi a tutto e rendere tutto un’abitudine.
L’anormalità deve diventare normalità: la stessa parola provocazione non è più usata. Non è esiste la provocazione, esistono i femminicidi, il bullismo, la violenza giovanile, le accoltellate agli insegnanti, i luoghi che coltivano la desertificazione delle proprie identità.
Questi nuovi flagelli sembrano frammenti di film a getto continuo messi in onda ogni sera. A che servono gli esperti del noto pollaio allevato dalla cultura consumistica? I ragazzi sono tutti da ospedalizzare.
Le nuove generazioni sono labili, sono fragili, hanno bisogno dell’insegnante di sostegno, dello psicologo, dei centri di comunità. Sono rancorosi, hanno ereditato il male americano: le scuole come ghetti in cui l’odio si materializza: “A 13 anni accoltella la prof a scuola. L’agguato in diretta su Telegram. Scritta Vendetta sopra la t-shirt, la pistola scacciacani. A casa aveva dell’esplosivo”. (Corriere della Sera, 26 marzo 2026).
come petardi, articoli come cortina fumogena per esprimere proprie convinzioni senza alcuna cognizione di causa. Ed il lettore che vorrebbe capire il malessere che governa la scuola e le Istituzioni educative riceve solo opinioni riciclate, divagazioni in libertà.
Si tratterebbe di creare un processo ecologico non solo delle menti, ma dei ruoli e delle competenze, non abbiamo bisogno di leggere commenti irreali o virtuali. Basterebbe cominciare col definire che l’insegnante non è un inserviente, che i genitori non sono una controparte sindacalizzata, che gli studenti devono imparare a studiare e considerare la Scuola un Centro di ricerca, di sperimentazione delle conoscenze e di maturità formativa e non un luna park.
Ed infine abbandonare la cultura del piagnisteo, dei luoghi comuni e ristretti, del permessivismo ingiustificato e della cultura della indifferenza e sopraffazione.
Bisogna saper progettare per uomini e donne non per il futuro ma per il presente, capaci di debellare ogni virus letale che impedisca la piena realizzazione etico- professionale e produttiva.
Franchino Falsetti
