MIP – Nella Nobili e il male oscuro

La poetessa bolognese vissuta a Parigi e morta suicida

Pubblicato il 1 maggio 2026

Torna MIP: Alcune Note su Nella Nobili di Miriam Bruni

Il 31 di marzo scorso Roberta Franchi e Donatella Allegro hanno presentato alla Biblioteca Maffei di Borgo Panigale un volume in prosa e poesia dedicato a Nella Nobili, una poetessa bolognese di cui celebriamo quest’anno il centenario della nascita. Il libro, edito dalla Somara Edizioni, si intitola “Bloc notes, Parigi 1953”  e fa parte del progetto di figure femminili da riscoprire che anima i soci dell’Associazione Sentieri Sterrati.

L’ho letto due volte e ho aspettato oggi,  Festa dei lavoratori, per scriverci sopra un articolo, perché Nella è una delle tante bambine che si è vista sottrarre violentemente l’adolescenza e la giovinezza per le condizioni di povertà in cui versava la famiglia e la conseguente necessità di utilizzarla come “braccia da lavoro”.

 

Cuore trafitto, corona di spine

L’amore mi fugge dalle ferite aperte

Lasciando il corpo esangue e il gelo entrare

Insidiosamente

[…]

(Da Santa Lucia, 1979)

 

Questo testo struggente fu scritto nell’ano in cui io nascevo. La Nobili si sarebbe tolta la vita pochi anni dopo, nell’85, probabilmente a causa di un Nodo inestricabile che ebbe a un certo punto il sopravvento, fatto di dolore psichico, ferite biografiche, corpo provato e assunzione di farmaci.

Come me Nella detestava la violenza e amava la pittura, i colori, le forme, ma anche le bestie, le cose del quotidiano, le piazze…

Stimava i cuori e le mani degli operai, la vita segreta e immensa dei senza-tetto, la sua dolce nonna, la sua cara mamma, e aveva un fortissimo desiderio di vicinanza e riconoscimento reciproco.

Se solo potessi parlare
A quella folla così grigia così compatta
Se potessi compiere il miracolo
Di far brillare la vita
Negli occhi gelidi della mia vicina.
Eppure le conosco quelle parole
Basterebbe così poco e si aprirebbe un sole
Nel volto straniero che mi guarda
Senza vedermi. Basterebbe chiamarla
-Signora….ma perché mai mi sento morire
Al solo pensiero che avrei potuto proferire
Una così semplice parola?

(Qui la Nobili tocca qualcosa di molto profondo: la vergogna, il blocco, la paura del contatto umano. Non è solo timidezza; è come se tra il desiderio di incontro e l’atto dell’incontro si aprisse un abisso.)

Alle persone più emarginate sembrava entrare empaticamente dentro. (cfr “La Clocharde”). E lo faceva con una scrittura che tendeva all’essenziale e rifiutava l’ornamento superfluo. La sua poesia resta un esempio raro di intensità morale e stilistica: una scrittura nata ai margini, ma capace di parlare a tutti, con voce ferma, ferita e luminosa insieme.

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Era nata il 6 gennaio 1926 a Bologna, nel quartiere popolare di Pontevecchio, in una famiglia molto povera: un inizio che aveva subito segnato il legame profondo tra la sua biografia e il mondo del lavoro. A soli 12 anni, in pieno fascismo, aveva iniziato a lavorare in un laboratorio di ceramica. A 14 in una fabbrica di medicinali come soffiatrice di vetro.

Turni durissimi, caldo, fumi tossici, polvere: ma ciò nonostante la giovane Nella desiderava studiare, e leggeva di notte, si costruiva una cultura personale,  arrivando persino ad imparare il tedesco e l’inglese da autodidatta per leggere Rilke e Dickinson in lingua originale.

VOGLIO CRESCERE VOGLIO VEDERE / VOGLIO ARRIVARE / FINO AL CIELO – scriverà poi….

Giovanissima, aveva frequentato artisti e intellettuali del dopoguerra tra cui Aldo Borgonzoni, Giorgio Morandi, Renata Viganò, Sibilla Aleramo e, negli ambienti cittadini, anche Enrico Berlinguer.

La sua esperienza di lavoro era entrato nella sua scrittura con I quaderni della fabbrica, testo fondamentale per capire la sua voce. La “poetessa-operaia” cominciava a farsi notare, anche se quell’etichetta le andava assai stretta.

Nel 1949 si era spostata a Roma, ma anche lì avvertiva di essere spesso esibita come curiosità sociale, più che ascoltata come autentica poeta. Nel 1953 si era dunque trasferita a Parigi.

Qui aveva continuato a scrivere, anche in francese, e si era reinventata nel lavoro artigianale.

Si sforzava per imparare a pensare; formulare il pensiero, costruirlo, tradurlo parola per parola come fa il muratore con le pietre per costruire una casa.

UNO PER VIVERE, HA BISOGNO DI SOLE / E D’OMBRA IN GIUSTA PROPORZIONE

(Da Città metafisica)

Aveva scritto anche versi forti e grati di legame con la terra, con la vita: Sento questa grande fede, questa ragione / Di essere di tutte le cose / E della mia stessa esistenza / In mezzo a loro / E questo per me è fonte di grande consolazione.

Ma Il 14 luglio 1985, a Cachan, vicino Parigi, si era uccisa.

NON POSSO DORMIRE TUTTO E’ GRIGIO/ TUTTO E’ DEL COLORE DELLE LACRIME

QUESTA E’ LA DISPERAZIONE PRESENTE / E’ UN DOLORE SENZA DOMANI

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