Editoriale della domenica
L’Editoriale Millecolline
Pubblicato il 22/03/2026
Pubblico e privato pari sono
Molti dei temi che vengono ancora trattati, discussi e reclamizzati come fossero nuove ricerche o geniali intuizioni delle ultime ventiquattro ore, non sono che vecchi “ritorni”, che da diversi decenni ammuffiscono nei libri fuori catalogo, nelle dormienti scaffalature di tradizionali e babeliche biblioteche.
Non c’è il minimo sospetto che tutto ciò che ci viene propinato sia il precotto di storie precedenti, di culture agglutinate, di sepolte ideologie. In poche parole viviamo una contemporaneità di replicanti, di copisti, di venditori di vecchi almanacchi.
Ed ecco perché assistiamo e viviamo le stesse esperienze delle generazioni precedenti (prossime e remote).
Tutto si ripete, tutto viene livellato, tutto viene riesumato e servito con gli effetti speciali prodotti dalle nuove tecnologie e dagli strumenti costruttori di fantasie plastificate e fosforescenti.
L’obiettivo è quello di avere, a disposizione, un pubblico consumatore, ignaro di ogni cultura retrospettiva e sedimentata nel tempo, desideroso solo di estraniarsi dal proprio insulso contesto quotidiano e di trovare nel vecchio rivisitato o nel nuovo riadattato, la propria consolazione, l’illusione di esserci. Una vera operazione spiritica!
Così non solo dimenticano le alienazioni dell’età moderna, ma anche i fatti che, nell’età del dopo Covid stanno cambiando, in modo drammatico, parte del mondo e forse il mondo intero.
Il XXI secolo assomiglia molto al XIX secolo, il secolo delle grandi rivoluzioni, dei nuovi fermenti sociali, dei riscatti sociali e nazionali e delle innumerevoli guerre fino ad arrivare alla Prima Guerra Mondiale (per chiudere secoli di civiltà agonizzanti o sepolte).
Ma non si trovarono le condizioni per un nuovo mondo, per una nuova umanità, si riaprì, quindi, il palcoscenico dei nuovi schieramenti popolari, dei nazionalismi violenti, il ritorno delle vecchie dittature e si provocò la Seconda Guerra Mondiale che seminò con inaudite atrocità morti (oltre cinquanta milioni di morti) e distruzioni di intere città al di là di ogni latitudine e longitudine del nostro Globo.
Seguirono gli anni della ricostruzione, della pace controllata perché si entrò nell’era del capitalismo sfrenato, del consumismo, del famoso boom economico (che tutti ricordiamo) e la nascita delle democrazie dei diritti.
Nuove incrinature si affacciarono all’orizzonte: il consumismo, ormai, diffuso alimentò il conformismo, le mode culturali, un certo edonismo del costume e della cultura. Questo mondo di carta pesta che favoriva solo i potenti dell’economia, il mondo della produzione, nuove forme di classismo e di diseguaglianze sociali, diffusero una forte contestazione culturale ed ideologica che dalle aule scolastiche ed universitarie (mondo studentesco) coinvolse anche il mondo operario, la forza lavoro di ogni paese democratico.
Tutto divenne politico. Tutto divenne motivo di impegno pubblico e quel che restava della tradizione e della cultura dei valori cardini di una Società, vennero messi in discussione e si entrò nel post moderno, nella ricerca delle varie forme di demolizione del vecchio sistema sociale (piramidale), assolutista, ostile ad ogni cambiamento progressista, di emancipazione, di innovazione, di rottura con il passato.
Con gli anni settanta del secolo scorso nascerà la stagione delle riforme democratiche che continua tuttora e che hanno mascherato il passato, il retrivo, il proibito generando il mostro della Burocrazia, del moltiplicarsi delle corporazioni, degli albi professionali, delle regole personalizzate, di una miriade di nuovi divieti ed abusi di potere.
Questa breve sintesi (altamente incompleta) di alcuni eventi storici che hanno preparato gli scenari del XXI secolo mi sollecita a riproporre lo spettinato titolo dell’Editoriale: Pubblico e privato pari sono.
In questa considerazione sta lo stato di smemoramento di questi ultimi anni: il pubblico si è identificato nel privato e nell’ operare una sorta di omologazione, ha cancellato il concetto di diversità, di dialettica, di distinzione, di identità valoriali tra il pubblico ed il privato.
Le città da bere, sono diventate modello per chi intenda esprimersi pubblicamente: non si studiano i problemi ma si raccontano le proprie emozioni (dal Parlamento ai consigli di quartiere).
Quei quattro amici al bar è diventata la nuova filosofia presente in ogni medium della comunicazione, in ogni luogo pubblico in cui si possa dare sfogo alle proprie ansie, ai propri personali desideri di affermazione, di visibilità, di violenza, di odio.
Il pubblico, inteso, non per partecipare ed essere consapevole conoscitore e protagonista, per contribuire al miglioramento della vita sociale, politica ed educativa, ma il pubblico come luogo in cui si cercano gratificazioni alle proprie velleità e dissennata arroganza.
Franchino Falsetti
