Editoriale Millecolline. Informare per disinformare

Editoriale

L’Editoriale Millecolline

Pubblicato il 08/05/2022

 

Informare per disinformare

Il tema dell’informazione ha sempre interessato ed entusiasmato.

E’ più facile trovare un lettore di un giornale che di un libro.

Il fascino esercitato dalla sua confezione, dall’eccitazione di vedere stampato in poche ore scritti di varia natura, pensieri, editoriali, cronache mondane e popolari, e poi con l’avvento della fotografia nuove prospettive d’uso e di arricchimento informativo.

Il giornale (di vario formato) da semplice foglio da vendere nelle “barberie” per mezzo soldo, scritto molto spesso da un solo gestore-giornalista, si è passati alla rotativa, alle redazioni, alle sedi, in cui lavorano centinaia di giornalisti sempre più professionisti, veri centri super collegati con il nuovo progresso elettronico e multi mediali delle conquiste innovative della più avanzata tecnologia. Un quadro sintetico ma esemplare di un settore che era fiorente e temuto fin dal significativo romanzo di Flaubert Bel-Ami (cronaca, non inventata, dei retroscena di una nuova ambita ed ambiziosa carriera professionale).

Ha fatto nascere film, sceneggiati, romanzi, investigatori prestati al giornalismo, inchieste politiche (vedi la caduta di Nixon).

Ha ispirato persino il grande Simenon in Maigret samuse, dove il famoso ispettore francese, risolverà un’intricata vicenda criminale attraverso la lettura dei giornali. Possiamo, infine, affermare che la storia del giornalismo ha i suoi eroi, martiri, e strenui difensori della libertà non solo della stampa ma della democrazia, a difesa dei diritti umani per tutti. Questo, come sempre avviene, nelle buone intenzioni ed anche in veri professionisti vissuti con questi ideali, ma le cose poi cambiano e sappiamo che la seconda faccia della medaglia è fatta di ambizione, di finalità perverse, di menzogne, di affarismi, di amplificatori della voce del padrone, delle consorterie, fino a rinnegare ogni sentimento professionale.

Ma accanto a queste degradazioni di una professione entusiasmante e di grande risonanza nel panorama delle professioni pubbliche, oggi si notano delle contaminazioni altamente negative, tra cui il non saper scrivere, completa ignoranza della sintassi e forme precotte e ripetitive di una retorica fuori tempo e stile.

Il villaggio globale dei mass media non ha emarginato la carta stampata, ma lo ha condizionato ai suoi ritmi, alle sue brevità, ai suoi messaggi criptici, tronchi, ridotti a telegrammi costruiti da alfabeti personalizzati. Il giornalista italiano, in particolare, non comunica per fare informazione, ma comunica per disinformare, per offrire segni indecifrabili, fantasie narcisistiche, autocompiacimenti, vanità e presunzioni sconfinate.

Esempio più eclatante è come si “racconta” la guerra Russia- Ucraìna. Non possiamo fidarci degli inviati televisivi, come quelli della carta stampata. Stessa formazione, inutili e noiosi racconti, faziosità illimitate, insopportabile visione unilaterale delle vicende che accadano ma non si dicono “espressamente” da parte di chi.

E una vera Babele di linguaggi, di pensieri, di cultura, di onestà professionale, di formazione del giornalista che non gioca all’asso nella manica, ma che, comunque, fa prevalere la particolare e grave situazione per giocare altre carte, tranne quella della qualità dell’informazione, della corretta informazione, della sofferta informazione a qualunque costo, compresa la vita. Un vero protagonista dell’informazione non muore in cantina, od al riparo di un rifugio improvvisato, come quegli eroi che hanno agito al fronte, tra i soldati, le armi, i bombardamenti, le interviste sul posto con i protagonisti della guerra e non con le feste improvvisate che la guerra alla fine è una cosa che riguarda quel mondo che la provoca, l’avidità e la sobillazione attivate da anni in quelle zone che servono per strategie multinazionali e non per proteggere milioni di cittadini inermi  sul loro territorio.

Il giornalista non deve raccontare, il giornalista deve diventare gli occhi della Verità e non deve sentirsi al servizio di improvvisati padroni o di immotivate censure che tendono inevitabilmente ad inventare storie che non ci rendono liberi né di leggere, né di conoscere, né di poter essere davvero solidali e partecipi, non strumentalmente, a vicende così tragiche ed incomprensibili.

Ma questo è solo riferito all’attualità che da un lato ci condiziona emotivamente e dall’altro lato ci rende indifferenti perché non sufficientemente motivati, in virtù di un degrado impresso proprio nella settore dell’informazione che è divenuto negli ultimi decenni uno dei perni basilari della democrazia e dell’educazione civica.

Jacques Attali poliedrico intellettuale francese, figura significativa della cultura europea, ha recentemente pubblicato un libro sul “giornalismo e libertà nell’epoca dei social”, nel quale dedica un capitolo dal titolo emblematico: “Rivoluzionare il giornalismo” e dove mette in evidenza l’urgenza della “formazione dei giornalisti” e propone “10 principi come fanno oggi le migliori scuole”.

Non è possibile che io elenchi e commenti questo necessario ed intelligente decalogo, ma mi limiterò a trascrivere alcuni punti che ritengo centrali per una corretta e qualificata formazione:

n° 4 (del decalogo): “Non riservare l’informazione a una cerchia definita di persone, non cedere al comunitarismo, al settarismo, né al politicamente corretto”.

n° 5 (del decalogo): “Collocare sempre gli eventi attuali nel loro contesto sociale, ideologico, culturale e storico”.

n°. 6 (del decalogo): “Non accontentarsi mai di un contenuto emotivo per attirare l’attenzione. Non indulgere nel voyeurismo o nello sfruttamento della miseria materiale o morale altrui”.

Gli altri principi sono più corposi e più legati alle nuove competenze tecnologiche ed informatiche di cui il “nuovo” giornalista deve essere perfetto conoscitore non solo sul piano teorico. La tendenza a non aggiornarsi, a non ritornare a scuola, a perfezionare e rendere selettiva la stessa scuola di giornalismo e gli eventuali esami professionali, non solo producono la disinvolta pratica alla disinformazione, ma rende sempre più inutile questa professione “sentinella”, poiché, oggi, chiunque abbia conoscenze di base del leggere e dello scrivere può fare il giornalista, anzi si sente giornalista! Cerchiamo di evitare e fronteggiare il pericolo, già denunciato da un altro grande scrittore, saggista e giornalista Emile Zola (1877): “La gente vuole notizie? Ingozziamola di notizie. Il giornalismo contemporaneo è basato sulla pigrizia dei lettori. […]”.

 

                                                                                                                                                                                  Franchino Falsetti

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