Le future traduzioni poetiche dallo spagnolo di Miriam Bruni
Ernestina de Champourcin: tra avanguardia, esilio e mistica.
Pubblicato il 21/03/2026
Portare ai lettori italiani il mondo poetico di questa autrice e traduttrice spagnola è il progetto culturale che mi si sta muovendo tra cuore e testa in queste settimane.
Champourcin è una coetanea del “mio Salinas”. Ha scritto splendide poesie d’amore umano e divino. Ho già acquistato libri sul suo conto. Celebro il giorno della Poesia con un breve saggio che ne traccia la traiettoria esistenziale e poetica. Sul Blog Circolo Letterario Vento Letterario ho già pubblicato alcune versioni italiane di sue poesie a mia firma. Qui potete leggere il mio ultimo articolo al riguardo.
Ma ho intenzione di continuare!
Seguitemi dunque ora in questo primo excursus nella sua traiettoria esistenziale:
(Introduzione)
Nella costellazione brillante della Generazione del ’27, dominata da figure maschili monumentali come Federico García Lorca, Luis Cernuda e Rafael Alberti, la luce di Ernestina de Champourcin ha brillato a lungo di un chiarore discreto, quasi segreto. Solo recentemente la critica ha restituito il giusto peso a questa voce straordinaria: una donna moderna, intellettuale raffinata e poeta dalla sensibilità acuta, capace di attraversare il Novecento spagnolo incarnandone le contraddizioni, i dolori e le speranze.
L’opera di Champorcin è un ponte gettato tra l’avanguardia più audace degli anni Venti e Trenta e una spiritualità profonda, maturata nel lungo e doloroso esilio messicano. Rileggere oggi i suoi versi significa riscoprire un anello mancante fondamentale nella storia della letteratura spagnola: la prospettiva di una donna che ha saputo cantare l’amore umano con una libertà inedita per i suoi tempi, per poi rivolgere quella stessa intensità passionale verso il divino.
Vita e contesto storico
Ernestina Michels de Champourcin y Morán de Loredo nacque a Vitoria il 10 luglio 1905, in una famiglia di aristocrazia cattolica e liberale. Il padre, barone di Champourcin, era di origine francese, dettaglio non trascurabile che le permise fin da giovane di accedere alla cultura europea e alla lettura dei grandi simbolisti francesi in lingua originale.
Trasferitasi a Madrid, la giovane Ernestina si inserì con naturalezza e determinazione negli ambienti intellettuali della capitale. Negli anni Trenta era una figura attiva e riconosciuta: frequentava il Lyceum Club Femenino, collaborava con riviste prestigiose e partecipava ai fermenti culturali che avrebbero portato alla proclamazione della Seconda Repubblica. Fu in questo contesto vibrante che conobbe e sposò Juan José Domenchina, poeta e segretario personale di Manuel Azaña, presidente della Repubblica.
La Guerra Civile (1936-1939) segnò una frattura insanabile. Ernestina, fedele alla Repubblica e al marito, lavorò come infermiera negli ospedali di Madrid, esperienza che lasciò tracce indelebili nella sua poesia. Con la sconfitta repubblicana, iniziò il lungo calvario dell’esilio: prima a Tolosa, a Parigi, e infine in Messico, dove giunse nel 1939. In terra messicana lavorò come traduttrice e interprete, vivendo anni di fecondità intellettuale ma anche di profonda nostalgia.
La morte del marito, avvenuta nel 1959 dopo anni di sofferenza, aprì una nuova fase nella sua vita. Nel 1952, grazie all’incontro con Guadalupe Ortiz de Landázuri, si avvicinò all’Opus Dei, trovando nella fede una nuova “ancora” esistenziale. Il ritorno in Spagna avvenne solo nel 1972, dopo oltre trent’anni di assenza: ritrovò una Madrid cambiata, che faticava a riconoscere, e visse i suoi ultimi anni in una feconda solitudine creativa fino alla morte, avvenuta nel 1999.
Le tre stagioni poetiche
L’opera di Ernestina de Champourcin può essere suddivisa in tre grandi stagioni, che riflettono la sua biografia interiore ed esteriore.
La stagione dell’avanguardia (1926-1936)
I suoi primi libri — En silencio… (1926), Ahora (1928), La voz en el viento (1931) e Cántico inútil (1936) — mostrano una voce audace, sensuale e modernista. Ernestina scardina gli stereotipi della poesia femminile dell’epoca: non c’è sentimentalismo lezioso, ma una ricerca formale rigorosa e un’espressione dell’amore fisico e spirituale diretta e potente. In questi anni il suo maestro riconosciuto è Juan Ramón Jiménez, di cui ammira la “poesia pura”. La sua inclusione nella celebre Antología di Gerardo Diego del 1934 sancì la sua appartenenza a pieno titolo alla Generazione del ’27.
La stagione dell’esilio e della mistica (1939-1972)
L’esilio in Messico segna una svolta. Il dolore per la patria perduta e per la sofferenza del marito la spingono verso un’interiorità più raccolta. Dopo un lungo silenzio poetico, pubblica Presencia a oscuras (1952), Cárcel de los sentidos (1960) e El nombre que me diste (1960). Qui la passione amorosa si sublima in passione divina. Influenzata dai grandi mistici spagnoli, San Juan de la Cruz e Santa Teresa, Ernestina dialoga con un Dio che è al contempo presenza e assenza, rifugio e tormento. È una poesia religiosa mai bigotta, vibrante di un’umanità ferita che cerca senso nel trascendente.
La stagione del ritorno (1972-1999)
Il rientro in Spagna apre l’ultima fase, forse la più essenziale e depurata. Opere come Huyeron todas las islas (1988) e Presencia del pasado (1996) sono caratterizzate da una riflessione serena sulla vecchiaia, sulla memoria e sull’eternità. Lo stile si fa scarno, quasi epigrafico, come dimostrano i suoi Hai-kais espirituales. Dio non è più cercato con l’ansia della mistica, ma contemplato con la quiete di chi sa di essere vicino al porto finale. La memoria diventa non più nostalgia dolorosa, ma “presenza del passato”, un modo per rendere eterno ciò che è stato vissuto.
Stile e tematiche
La cifra stilistica di Ernestina è l’evoluzione verso l’essenziale. Se i primi poemi abbondano di metafore ardite e immagini sensoriali tipiche dell’ultraismo (l’automobile, il jazz, la velocità), la maturità porta a una “nudez” espressiva. Il tema del silenzio è onnipresente: non come assenza di suono, ma come condizione necessaria per l’ascolto interiore e divino.
La natura è un altro grande serbatoio di simboli: il mare, il vento, gli alberi non sono mai descritti in modo naturalistico, ma diventano correlativi oggettivi di stati d’animo. Particolarmente interessante è l’uso della corporeità: anche nella poesia religiosa, Ernestina non dimentica di essere donna. La sua relazione con Dio passa attraverso i sensi, in una fusione tra linguaggio mistico ed erotico che ha radici antiche ma suona modernissima.
La prima video-poesia dedicata a Champourcin ha un testo meraviglioso, non ho potuto non recitarla!
Miriam Bruni
