L’Editoriale Millecolline di Franchino Falsetti. “Canta che ti passa”

Editoriale della domenica

L’Editoriale Millecolline

Pubblicato il 15/02/2026

Canta che ti passa

Non è il titolo di una vecchia canzone, ma l’epigrafe di una raccolta di “Canti di soldati “della Prima Guerra Mondiale (1919) raccolti dallo scrittore e poeta Piero Jahier.

Canti come La leggenda del Piave o Valsugana che raggiunsero una vasta popolarità, uscendo dai corridoi scavati come tombini delle trincee per divenire vibranti inni patriottici per un diffuso senso di identità nazionale (dalle caserme, alle manifestazioni di piazza, nelle scuole, nei pubblici luoghi d’intrattenimento popolare).

Tra le funzioni del canto militare era privilegiato quello che incitava alla battaglia, infondeva vigore e fierezza, non certo quello che tendeva a smorzare le tensioni, i propri timori, il mondo evocativo, la disperazione della lontananza dagli affetti familiari e dalla nostalgia dei propri paesi d’origine.

Durante la Prima Guerra Mondiale, spontaneamente (e non sempre) prevalse, tra i soldati, oltre il valore eterno del combattente, dell’ardimento, del sacrificio per la Patria, anche un sentimento di fiducia, quasi di un senso di ottimismo che, comunque, valorizzava la Vita e non temeva la Morte.

Il canta che ti passa era il nuovo ordine da eseguire in ogni momento e nelle situazioni più problematiche. Qualcuno la scriverà anche sui muri delle case abbandonate.

Anche in una Guerra così spietata si scoprì la terapia della distrazione, del ricreare in modo leggero e volitivo il proprio spirito, il provare a dimenticare, anche per qualche minuto, la tragica situazione in cui si viveva.

Il canta che passa alimentò in seguito la canzone dell’evasione, della vita quotidiana, del descrivere i momenti, non solo sentimentali, ma di innovazione, di progresso, di umorismo che i nuovi tempi sollecitavano, anche durante i periodi delle dittature nazifasciste e durante la Seconda Guerra Mondiale.

La canzone, divenne sempre più la nostra “colonna sonora” e tutti avevano l’orecchio incollato al nuovo strumento magico, la radio, facilitatore di sogni come il cinematografo e perenne diffusore di musiche leggere e classiche.

Scorrere il Radiocorriere dell’epoca il programma radiofonico si costruiva sulle notizie di regime e poi su ogni “motivetto” che facesse dimenticare agli italiani le sofferenze, le deprivazioni, le violenze, la mancanza di libertà di pensiero e di espressione.

La leggerezza per sentirsi in un altro mondo: vivere ovattati, di buoni e teneri sentimenti, di serenità e di Bellezze femminili, simbolo assoluto del genere italico. E così si arrivò alla prima edizione di Sanremo (gennaio 1951) e la canzone continuò, con più licenze poetiche e musicali, a diffondere la funzione del “canta che ti passa”.

Ma assunse anche un ruolo importante: gli italiani imparavano a leggere e comunicare con i testi popolari e poi poetici delle canzoni (come afferma il famoso poeta e musicista Mogol).

Le dichiarazioni d’amore, le relazioni interpersonali, per un’Italia ancora con alta percentuale di analfabetismo (ricordiamo il bravissimo Maestro Alberto Manzi con il geniale programma televisione “Non è mai troppo tardi” – 1960), si specchiavano nelle parole delle canzoni più popolari e più commerciali diffuse dai mass media sempre più invasivi nella nostra quotidianità e nel nostro tempo libero.

E Sanremo e altre rassegne canore fino alla metà degli anni settanta del secolo scorso, sono state una palestra di ricerca, di rivoluzioni, di coinvolgimento di intere generazioni, senza distinzione di censo o di cultura.

Era, comunque, ancora possibile considerare la canzone, non una canzonetta, ma un modulo espressivo in cui parola e musica, giocavano come vere strutture narrative.

E così nacque la canzone d’autore e per diversi anni cantanti musicisti come De Gregori, Tenco, Lauzi, Dalla, Venditti, D’Andrè, Conte, Gaber (e relative scuole musicali regionali) hanno trasformato la canzone dal canone della leggerezza al canone poetico-letterario-politico.

Ho cercato di delineare, molto sommariamente, un quadro di riferimento per capire una certa evoluzione della canzone italiana che aveva svolto una preziosa funzione educo-formativa e di trasmissione delle nostre tradizioni fino alle dominanti contaminazioni dei ritmi musicali di altre culture (afro cubane, afro americane, orientali e del mondo emergente e della moda all’improvvisazione, ad incomprensibili composizioni musicali che hanno atrofizzato la parola ed i suoi contenuti valoriali).

La canzone come “colonna sonora” della nostra vita si è trasformata in un esercizio liberatorio delle proprie inadeguatezze sociali e culturali e ha perso ogni valore di identità, di comunicazione, di terapia contro ogni stress della contemporaneità.

La canzone è entrata nel mondo commerciale, si è fatta influencer del vuoto esistenziale e culturale del nostro tempo. Non si canta più. La classicità del “cantabile” è scomparsa.

Ci rimane Sanremo come circo di un moderno varietà dove prevale la volgarità, quel senso liberatorio delle sedute psicoanalitiche. Un tangibile esempio in cui l’esteriorità, la stravaganza, il trasgressivo e le banalità progresso, hanno ucciso il piacere di ricordare una canzone per associarla a momenti della propria vita, dei propri desideri, del sognare con “Canta che ti passa”.

 

Franchino Falsetti

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