Editoriale della domenica
L’Editoriale Millecolline
Pubblicato il 25/01/2026
Democratizzare la Cultura
Non è uno slogan e neppure una delle solite banalità che si gettano dagli schermi televisivi. È un sintetico appello su concetti di tradizione, logorati dagli usi strumentali ed opportunistici e spogliati dei propri ed autentici significati.
Mentre c’è ancora chi si batte per un dizionario sessista della lingua italiana e per un uso woke ed involuto del pensiero e della proprietà semantica e linguistica del nostro “idioma gentile” dall’altra parte, da decenni, come popolo di memoria “serva Italia” ci si adopera perché come sosteneva, profeticamente, l’indimenticabile Oriana Fallaci l’Europa non è più l’Europa è ormai un’Eurabia.
Quella che sembrava una doverosa accoglienza ed un rispettoso riconoscimento verso un’altra religione, a seguito del flusso migratorio, si è trasformata in una irreversibile presenza: gli ultimi drammatici eventi registrati in Italia ed in particolare nelle regioni Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia Romagna e Toscana, hanno mostrato una diffusa e capillare distribuzione, come uno schierato esercito, di diffusori, predicatori, del novello ed immutabile Islam, conquistatore delle coscienze cristiane e snob del popolo italiano.
Ne siamo sostenitori, collettori, collaboratori, affiancatori, solidali perché questo processo dell’islamizzazione avvenga il più possibile, nella riproposizione di vecchie ruggini ed ideologie distruttive come il pretestuoso antisemitismo e la negazione dei valori elementari ed essenziali per la propria espressione di pensiero, di partecipazione e di piena libertà. (Vedi la mattanza in Iran Paese delle verità decapitate nel nome dell’Islam).
Tutto questo ampio preambolo per far riflettere sulla demagogia e manipolazione che in tutti questi anni e tuttora, a partire dalle nostre scuole dell’Infanzia, la diversità, il cosiddetto multiculturalismo sono stati oggetto di abiura da parte degli italiani (in particolare cattolici senza tonaca e con tonaca, nonché insegnanti e politici esponenti di una sinistra priva di ogni valore ideologico e culturale, non solo marxiano, ma neppure gramsciano) ed hanno, letteralmente e volutamente identificato la multiculturalità con l’integrazione e la sostituzione.
L’ignoranza intelligente al potere, si potrebbe definire, questa insidiosa ed invisibile operazione che si è ramificata sul nostro italico territorio.
Il secolo XXI non ha definito le sue conquiste industriali, curative, di benessere per tutti i popoli, ma ha rimarcato, spalancando gli armadi e liberando gli scheletri ancora con la falcia in pugno.
Non è retorica propagandistica se si afferma che al di là dei Padri Costituenti, che avevano radici nel XIX secolo ed erano stati educati alle definizioni dei valori esistenziali e fondamento della Ricostruzione, le generazioni successive hanno, purtroppo, aperto i confini protettivi della propria identità e storia millenaria ed hanno subito il fascino indiscreto e deformante delle nuove ideologie di consumo, dei valori dell’attualità, dell’apparire, della visibilità effimera, della vacuità della cultura.
Questo è stato il nuovo abbecedario consegnato alle nuove generazioni a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso su cui, tranne i fortunati di buona famiglia, il 90 per cento ha accolto l’omologazione degli standard di vita, di comportamento, di pensiero, di asservimento al pensiero unico (orientato ed imposto dalla martellante pubblicità delle potenze economiche ed industriali).
Gli italiani dovevano cambiare perché dovevano comprare, non pensare (morte delle ideologie).
Ed oggi ci troviamo nel pieno disordine istituzionale e governativo: siamo governati in modo intermittente, sperando che non avvenga il black out, perché saremo sull’orlo di una guerra non solo ideologica ma antropologica, di identità nazionale e di appartenenza.
Siamo ancora Italiani?
È la domanda che dovrebbe aprire il primo giorno di scuola, in tutte le nostre Istituzioni scolastiche dalla scuola dell’Infanzia all’Università.
Non è originale l’idea di una rivoluzione culturale, ma è certo che, dalla Chiesa al Parlamento europeo, dalla Stati Uniti alla Cina e Russia, tutti rincorrono l’attualità, l’emergenza, la propria supremazia, il proprio indiscusso obiettivo di Onnipotenza.
Democratizzare la Cultura (con C maiuscola) vuole dire pensare un progetto educativo nazionale che consideri le attuali devianze e fenomeni di degradazione sociale e di disadattamento, che le giovani generazioni, giornalmente esprimono (dal bullismo, alla violenza cieca e mortificante per la nostra alta tradizione di formazione della lectio romana).
C’è bisogno di ridare onorabilità alla Famiglia, rendere i genitori responsabili e, soprattutto, coscienti di essere educatori e co-costruttori del futuro dei propri figli.
La Famiglia deve ritrovare il suo ruolo di accoglienza, di ascolto, di solidarietà, di comprensione, di aiuto, di correzione e di dialogo permanente.
Così pure la Scuola: non più un luogo di accoglienza e di parcheggio guidato, ma un vero Centro di educazione e formazione permanente, dove lo studente è protagonista e non esecutore o consumatore anarchico dei beni materiali di nessuna utilità e di sviluppo della propria personalità e maturità.
Una sinergia fondamentale per non lasciare i giovanissimi ed i giovani abbandonati a se stessi: questa è la vera piaga. I giovani non hanno interessi, possono marinare la scuola, rifiutano ogni lavoro, abbiamo oltre due milioni di giovani senza lavoro e non frequentano nessuna scuola.
Se non si è occupati in qualcosa, impegnati nel sociale, nella convivenza e partecipazione motivate, sono giovani annoiati e subiscono solo le suggestioni dei programmi aberranti, deliranti e nichilisti dei mass media e delle sue Emittente.
Tutti lo sanno ma fanno parlare gli psicologi, i politici d’interesse, gli esperti con la cartella vuota. Adesso anche i giornalisti ed i conduttori televisivi.
Per fortuna siamo già in tempo di Carnevale e forse un carro tutto per loro, questi prezzolati saccenti, senza collare e senza famiglia, non sarebbe male realizzarlo e darne tutto il risalto degradante che merita.
Franchino Falsetti
