EDITORIALE Millecolline. Viviamo di Progetti e di Specializzazioni

Editoriale della domenica

L’Editoriale Millecolline

Pubblicato il 16/06/2024

Viviamo di Progetti e di Specializzazioni

La modernizzazione ha modificato la Convivialità, i modi di stare insieme, l’equilibrio del sapere, la tradizione dei mestieri, i modelli dell’apprendimento.

Tutto si è meccanicizzato, informatizzato, robotizzato, reso tutto artificiale, E di conseguenza la realtà è scomparsa anche se pensiamo che sia solo una delle solite congetture dei razionalisti.

Prima che prendessero il sopravvento l’Età industriale e poi quella post-industriale, la nostra conoscenza viveva sdoppiandosi tra gli ambienti più macro: campagna e città. Il mondo sembrava diviso tra contadini e cittadini, tra borghesi (i più abbienti – i professionisti) ed emarginati (meno abbienti – artigiani – manovali), confinati in terre buie, disadorne, inospitali, dove gli abitanti convivevano con gli animali e coltivavano la terra.

In questi contesti così distinti e ben delineati anche l’istruzione era differenziata e le famose scuole rurali non erano paragonabili a quelle cittadine o di nobile afferenza. Di conseguenza erano diverse le esperienze e le opportunità di scandire il proprio tempo lavorativo e libero.

E la stessa conoscenza si maturava a seconda della ricchezza e potenzialità dei rispetti macro campi dell’apprendimento sociale, che non, necessariamente, passava attraverso scuole od istituzioni religiose, all’epoca molto fiorenti.

La dimensione del sapere era frammentata: si conosceva per imitazione, per apprendistato, per esercizio, per studi scolastici ed anche per proprio conto.

Questa divisione verticale è durata per molti secoli fino alla nascita della nostra Repubblica (1946): l’Italia era ancora un paese agricolo e discriminante era ancora nascere in campagna o in città, e la lingua italiana era ancora un privilegio saperla parlare.

Tutti ricordano ancora fino agli anni sessanta del secolo scorso l’educazione repressiva e di classe che vigeva ancora nell’Italia democratica: le parole come: selezione, segregazione, emarginazione, abbandoni (dispersione scolastica) erano dominanti per formare la nuova classe dirigente ma per continuare ancora la separazione, anche dopo i processi di modernizzazione, di chi nasceva povero o ricco oppure in campagna o in città (per esemplificare) e di chi possedeva gli strumenti culturali e sociali per entrare nella società civile.

Ci voleva il maestro Manzi con la televisione di stato per alfabetizzare oltre un milione d’italiani e rendere l’taliano la lingua ufficiale per tutti nel rispetto delle singole lingue dialettali di cui l’Italia è orgoglioso territorio fiorente fino dalla nascita delle lingue neo-latine.

Questo breve percorso per dimostrare, come nel mio precedente Editoriale della domenica 9 giugno, che le abitudini e le distrazioni (consumistiche) non ci fanno più pensare ed i suoi effetti collaterali non permettono più il senso della consapevolezza e della responsabilità.

Avere deviato e disgregato l’equilibrio del sapere, l’uomo contemporaneo si è affidato alle visibilità “fatturate”, a ciò che si possa rendere schema per ripeterlo ed adattarlo all’infinito. E questa esemplificazione del sapere si chiama Progetto.

Nell’arte si è sviluppata l’Installazione, nel saper conviviale e sociale si è sviluppato il Progetto.

Che non significa aver potenziato “l’albero della conoscenza”, ma di averlo limitato in formule riduttive, molto spesso surreali, quindi irrealizzabili.

Per rendere più accettabile questa modalità “costruttiva” hanno pensato di aggiungere la parola “creatività”. I Progetti, quindi, sono tutti creativi e tutti realizzabili!

I risultati molto spesso sono evanescenti o possibilisti, ma nessuno è frutto della formazione artigianale o professionale (con consapevolezze metodologiche e dimostrative relative al pensiero e sviluppo dell’intelligenza operativa e creativa). Ed i Progetti sono l’anticamera delle Specializzazioni.

La cultura organica come strumento della convivialità non esiste e si sono prese a prestito dalla tecnica e dalla scienza il modello della settorialità delle conoscenze. Con effetti paradossali come la “specializzazione” umanistica, delle scienze umane, della filosofia, dell’arte, della musica.

I linguaggi settoriali della cultura sono diventati la nuova merce da “scegliere” e su cui formarsi. Il resto non è importante conoscere. Le discipline hanno spento persino l’apprendimento spontaneo del sapere ed i suoi corollari.

E’ stato tutto parcellizzato e dobbiamo cominciare a parlare di crisi dell’intelligenza: ”Un buco nero che ci rivela al tempo stesso (e una volta di più) le debolezze del sistema di conoscenze che ci è stato inculcato”.   

(Edgar Morin, Le 15 lezioni del coronavirus. Cambiamo strada, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2020)

 

                                                                        

                                                                           Franchino Falsetti

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