EDITORIALE Millecolline. Rimini esiste ancora?

Editoriale

L’Editoriale Millecolline

Pubblicato il 16/07/2023

Rimini esiste ancora?

Nella memoria collettiva Rimini ha rappresentato a partire dalla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, la Miami d’Italia e dell’Europa (ovest ed est). La Romagna è sempre stata coltivata come l’Eldorado dell’estate, dei divertimenti, delle follie dei vacanzieri in cerca di mare, di spiaggia e di pazze esperienze. Rimini spiaggia popolare, per le famiglie e Riccione e poi Milano Marittima località destinate ad una certa categoria di “bagnanti”. Il mondo frivolo dei mass media, dello spettacolo, dello sport e delle “fabbrichétte”, nonché di qualche notabile politico e la vanagloria di qualche scrittore noto per dispensare autografi anche sulla spiaggia.

La filiera più conosciuta al mondo negli anni si compose e si consolidò: Milano Marittima-Cervia-Rimini-Riccione.

Ma ricca era la costellazione di tante altre località meno roboanti nella grida pubblicitarie, ma di uguale dignità e seduzioni.

Ma Rimini esiste ancora? Non è una domanda nostalgica. Io ho frequentato questa cittadina familiare e piena di vita con tanto piacere e migliaia di ricordi struggenti per vent’anni: dai primi anni cinquanta ai primi anni settanta. E molto spesso per tutti i due mesi estivi (luglio-agosto). In affitto in villette spaziose e vicinissimo a quella magica striscia d’acqua che si perdeva all’orizzonte e ci faceva ogni giorno sognare le avventure alla Robinson Crusoe o inseguendo la magica penna del fantasioso Jules Verne.

Ma anche la Mecca dei divertimenti, delle liberazioni delle nostre frustrazioni quotidiane, negli anni, in alcuni decenni raggiungono il viale del tramonto. Le nostre spiagge sono state oggetto di battaglie civili, di disastri naturali (vedi la recente e tragica alluvione sulle terre di Romagna) e non ultimo un diverso modo di pensare una vacanza al mare e come divertirsi, come organizzare una serata, come convivere sulle spiagge affollate, libere od organizzate in modo ingegneristico. Il Paradiso terrestre della vacanza principe è stato infranto. Ancora una volta il consumismo ha pianificato le nostre coscienze, i nostri desideri, i nostri sogni.

Quel mondo un tempo rappresentava un pezzo della nostra vita.

Era un’extrascuola che continuava ad istruirci, ad educarci, a farci crescere e renderci maturi. Quante volte d’inverno con gli amici si ricordavano certi momenti e certe esperienze vissuti durante un periodo apparentemente frivolo. Ognuno aveva da trarre tesoro. Era un banco di prova. I giovani vivevano per la prima volta da soli, senza i genitori dietro le spalle e dovevo imparare ad affrontare ogni tentazione e facili convincimenti. Ma contrariamente ad oggi, dove l’imperato categorico: è provare; nel passato prossimo la risposta era più riflessiva: vedremo! Forse. Adesso non ne ho voglia!

C’è una maggiore prudenza e diffidenza e questo era come superare un altro esame di maturità.  Rimini era un campo pre-mllitare, dove in una sera si poteva conoscere un centinaio di persone giovani e meno giovani e, soprattutto, si poteva parlare. Questa era la bellezza di quel periodo: i giovani, appena usciti dalle aule scolastiche o dagli esami di maturità avevano voglia di parlare, di esternare un anno di fatiche, di speranze e di timori.

Attorno ad un tavolo con fumanti pizze si parlava fino a mezzanotte.

Non esistevano le frenesie del divertimento per il divertimento. I giovani avevano ancora visi aperti e sorridenti e vivevano la notte come il tempo del vivere senza testimoni, di amori improvvisati, di incontri affascinanti, di discussioni politiche e culturali, della fugacità degli anni, del ritrovarsi più maturo, nel poter discutere del proprio futuro, del sentirsi più partecipe, più uomo, più donna.

Rimini oggi è solo un divertimentificio, è mostrar le chiappe chiare, è un mondo determinato che ci obbliga a compiere ogni giorno gli stessi gesti, le stesse azioni, gli stessi percorsi, la stessa strada ed incontrare le stesse persone. È un serraglio in cui tutto si consuma dai cellulari (negazione della vacanza) alle relazioni interpersonali, gli amici da condividere, le stesse abitudini, la stessa noia della città.

Tutto è pianificato per essere obbligati a divertirsi secondo quanto hanno previsto gli organizzatori: dalle notti rosee a quelle bianche, ai balli satanici sulle spiagge, alle gare di resistenza fisica alla dispersione del proprio tempo libero, della propria libertà e meditazioni. Ma non sono i “bagnini” ad aver cambiato anche le nostre scelte “ecologiche” di come spendere il nostro otium. Sono i governanti, ad ogni livello di responsabilità, che hanno cancellato la tradizione della gita fuori porta e dei soggiorni brevi o lunghi nei luoghi di vacanza. È l’aver adattato il “politicamente corretto” come forma per sconvolgere e ridurre la propria autonomia e volontà.

Oggi si va in vacanza con i depliant, con le guide ai ristoranti e pizzeria, con gli elenchi dove andare per comprare o consumare…

Siamo diventati tutti turisti, senza distinzione, tutti in fila, bruciati dal sole, ma felici, come il naufrago alla vista non del mare, ma della terra. E poi alla sera sedersi davanti ad uno spettacolo (ritrovato o meno) ma sempre obbligato e sempre presente nelle guide agli intrattenimenti serali. Una desolazione, una mortificazione, un invito a negare la socialità, la convivenza, la conversazione, l’intelligente ed autonoma partecipazione alle offerte libere del nostro volontario interagire.

Neppure nel romanzo Rimini dello giovane scrittore dimenticato Tondelli ritroviamo questo mortifero cambiamento.

Divertirsi con la testa vuota come dal manifesto (botticelliano ministeriale), significa ubbidire alla “volontà dei governanti, evoluzione terrificante di quella che un tempo si chiamava “censura”.  (Ida Magli, Lezioni di Civiltà).

 

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