Hopper è a Bologna, a Palazzo Fava.

A Bologna dal 25 marzo al 24 luglio 2016, presso le meravigliose sale del Palazzo Fava, Via Manzoni 2, è visitabile una mostra di Edward Hopper, uno dei più significativi pittori americani del ventesimo secolo.

Hopper e le iconiche della modernità

Art di New York, a cura di Barbara Haskell in collaborazione con il critico d’arte Luca Beatrice. La mostra è composta di sessanta opere che mostrano le diverse realizzazioni tecnico-compositive e la prodigiosa abilità, anche, come disegnatore. Diversi sono gli “studi” ad acquarelli od a carboncini di riferimento ad opere di alto prestigio pittorico.

Si potranno ammirare alcuni capolavori come: South Carolina Morning (1955), New York Interior (1921), Le Bistro or The Wine Shop (1909 ) e lo straordinario quadro intitolato Soir Bleu (  opera che ha quasi due metri  di lunghezza ), simbolo della incomunicabilità e della alienazione umana.

Autoritratto. Edward Hopper.
Autoritratto. Edward Hopper.

La mostra di Hopper è stata articolata in sei sezioni, distribuite sui due piani del Palazzo Espositivo, tenendo conto di un ordine tematico e cronologico. E’ una sintesi che ci permette, in modo molto piacevole, di entrare nella poetica di Hopper, seguendone i vari periodi: dagli anni ’30 agli anni ’50, fino ad alcune incisive immagini della sua ultima produzione. Infine è possibile soffermarsi ed apprezzare alcune  “composizioni preparatorie o studi” con l’uso abile delle diverse tecniche usate dall’artista: l’olio, l’acquarello, il carboncino e l’incisione.

Hopper  pittore americano (1882-1967), famoso per la sua reticenza ed innamorato del suo luogo di nascita ( Nyack – piccola cittadina nello Stato di New York  e la stessa New York dove si stabili dal 1913 fino alla morte 1967),  uscì dal suo radicato e geloso mondo newyorkese solo tre volte, per recarsi in Europa ( dal 1906 al 1907, dal 1909 al 1910 ).

L’esperienza francese, soggiorni parigini, sarà quella che maggiormente segnerà la formazione dell’artista, sia per la realizzazione dei suoi maggiori capolavori, sia per un suo arricchimento culturale ed artistico.

Lo scrittore e critico d’arte John Updike , in un famoso saggio, definisce i quadri di Hopper : “calmi, silenti, stoici, luminosi, classici”.

La poetica di questa grande artista possiamo trovarla e ben sintetizzata con le sue stesse parole, scritte in una lettera inviata a Charles H. Sawayer, direttore della Addison Gallery of American Art (1939) : “ Per me figura,colore e forma non sono mezzi per raggiungere il fine, sono gli attrezzi con i quali lavoro, e non mi interessano in quanto tali. Mi sento attratto, soprattutto, dal vasto campo dell’esperienza e delle sensazioni, del quale non si occupa né la letteratura, né un tipo di arte meramente artificiale. […]

Morning sun. Edaward Hopper.
Morning sun. Edaward Hopper.

Il mio obiettivo nella pittura è sempre usare la natura come mezzo per provare a fissare sulla tela le mie reazioni più intime all’oggetto, così come esso appare nel momento in cui lo amo di più: quando i fatti corrispondono ai miei interessi e alle immagini che mi sono creato in precedenza. Perché io poi scelga determinati oggetti piuttosto che altri, non lo so neanche io con precisione, ma credo che sia perché rappresentano il miglior mezzo per arrivare ad una sintesi della mia esperienza interiore”.

Il suo immediato e sincero realismo evoca le sensazioni “epidermiche e sensuali” di certi impressionisti, a lui molto cari e considerati, come , per le opere di Edgar Degas, che gli suggerirono il modo di descrivere la semplicità degli “interni” e la spettacolarità delle “inquadrature” quasi di stampo fotografico.

Un elemento distintivo di tutta la sua opera è la luce , che crea non solo una magica presenza aurorale, ma permette all’artista una certa progettualità compositiva ed una particolare atmosfera della visione della realtà. Sono piccole sequenze di vita nella loro naturale disposizione e sceneggiatura. I soggetti sono le “cose” di ogni giorno, sono le presenze animate ed inanimate che agiscono sulla nostra quotidiana percezione e sulle nostre abitudini. Un rapporto con gli oggetti in modo rassegnato, come se si guardasse un infinito desiderio, senza determinate finalità.

Hopper vive e ci fa rivivere in un clima esistenzialistico, quello stesso in cui si agita la coscienza ed il tempo dell’Europa tra i due drammatici conflitti mondiali ed il declino, inesorabile, della cultura occidentale.

E’ l’artista della crisi, del dramma dell’essere, di quello che verrà designato come il “dramma dell’assurdo”.

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South Carolina morning. Edward Hopper.

I suoi quadri non sono solo testimonianza, ma sentimento dell’immediato : una fotografia dell’istantanea di ciò che non possiamo possedere, di ciò che ci sfugge, di ciò che ci rendere fragili protagonisti di un mondo senza più certezze e conoscenze rassicuranti.

E’ il poeta della fragilità, della solitudine come metafora dell’esistenza, quella entrata nel cono d’ombra dell’inquietudine esistenziale e dei rapporti virtuali .

E’ vita americana che viene resa visibile nelle sue sofferenze ed inutilità quotidiane : lo sguardo nelle sue opere, non è vedere l’invisibile, ma scoprire linguaggio nascosto che, ormai, ha invaso la nostra realtà interiore come contrasto alla distraente visibilità.

Le opere di Hopper vivono ,profeticamente, anche nella nostra contemporaneità, poiché l’alienazione non è circoscrivibile, anzi, si è trasformata nella cultura dell’abbandono, dell’atarassia, contaminando ogni paese occidentale e, nel fenomeno della globalizzazione, ogni popolo del nostro “ammalato” Pianeta.

Un’opera, particolarmente significativa, può essere uno dei suoi grandi capolavori : Soir bleu (1920).

 

 

Il titolo si ispira al primo verso della poesia Sensation di Artur Rimbaud, dove si esaltano i piaceri del vagabondaggio.

Hopper -Soir Bleu - 1920
Soir Bleu. Edward Hopper – 1920

Le sere blu d’estate andrò per i sentieri,

Punzecchiando dal grano, a pestar l’erba fine:

Sentirò, trasognato, quella frescura ai piedi,

E lacerò che il vento bagni il mio capo nudo”.

Hopper trasporta questa poesia costruendo una scena ( quasi filmica ) collocando sulla terrazza d’un café parigino un gruppo di personaggi eterogenei: una prostituta ( figura che sovrasta l’intera scena), il protettore, una coppia di borghesi, al centro un personaggio barbuto che siede accanto ad un avventore  e di fronte un pierrot.

E’ una evocazione di momenti felici trascorsi a Parigi. Un’opera che venne censurata e posta , arrotolata, in uno scantinano della sua abitazione. Venne ritrovato dopo la sua morte.

Hopper - Estate
Estate. Edward Hopper

Si coglie un senso di “addio” alla spensieratezza delle esperienze giovanili e dei suoi soggiorni parigini ed europei, ma, nello stesso tempo, si può cogliere il filone che l’artista riprenderà: quello di un viaggio silenzioso, senza parole, in pieno ascolto con il proprio mondo interiore.

Hopper -Nighthawks

“Non dipingo quello che vedo, ma quello che provo”. ( E, Hopper )

 

 

Franchino Falsetti

Prof. Franchino Falsetti all'interno di un quadro di Hopper. ( Cortesia organizzazione mostra di Edward Hopper.a Bologna )
Prof. Franchino Falsetti all’interno di un quadro di Hopper. ( Cortesia organizzazione mostra di Edward Hopper a Bologna )

 

Produzioni Millecolline

Diritti Riservati

 

 

 

Dietro le quinte: TeatrAnda – VIDEO

Bologna, 16/03/16. La compagnia TeatrAnda è al Teatro Dehon e sta facendo le ultime prove di “Nessuno è cchiù felice ‘e me!”, una commedia in 2 atti di Eduardo De Filippo, che vedrà il suo debutto il giorno dopo. Millecolline ha seguito il dietro le quinte di questa commedia e ve le racconta. Buona visione.

Produzioni Millecolline

Diritti Riservati.

La famiglia dell’uomo, attorno al Gigante

Quasi seduto. Vicino al Gigante. Osservo gli uomini e le donne che lo circondano: molti si fermano per farsi una foto, altri gli passano vicino con fretta e pensieri, altri ancora intrattengono i turisti o fanno due chiacchiere; mi chiedo quale mondo ci sia nel loro passaggio. Decido di scoprirne un pezzetto attraverso le fotografie e cercando di fare la loro conoscenza. Immaginate questo articolo come un grande paniere in cui, ogni tanto, vengono messi racconti della umanità attorno al Gigante. Buona lettura.

La domenica di Pasqua

Oggi ci sono molte persone che sembrano impegnate a vedere, rapidamente, il più possibile della città. Non so ancora se ho scelto il giorno giusto per raccontare queste persone attorno al Gigante tanto mi sembrano sfuggenti. Il primo caldo mostra ed evidenzia quello che mia mamma chiama il “momento dei malvestiti”, naturalmente non si riferisce al look ma alla varietà di abbigliamento che può passare dalla maglietta a manica corta a un cappottino con sciarpina ( la scialpina) avvolta attorno al collo in pochi metri quadrati di distanza l’uno dall’altro. E’ in questo momento “malvestito” che mi ritrovo e ho come l’impressione che le persone attorno a me siano completamente coinvolte in questa definizione  e non solo nel loro abbigliamento. Io stesso mi aggiro senza trovare particolari punti di attenzione, davvero ho sbagliato giornata?

Quasi un "Highway 61 revisited". (Ph. Roberto Cerè. 2016)
Quasi un “Highway 61 revisited”. (Ph. Roberto Cerè. 2016)

No, naturalmente, e comincio a parlare con due amiche di un piccolo paese della provincia di Viterbo che si sono concesse un fine settimana a Bologna organizzandosi loro tutto il viaggio. Non perdono occasione per dirmi quanto piaccia questa città e le loro considerazioni cominciano a farmi vedere la giornata in modo diverso. Ci salutiamo, ma prima hanno bisogno di una indicazione: -“Quale strada dobbiamo fare per andare a vedere la casa di Lucio Dalla?”. Bhè, da Piazza Ravegnana le indicazioni sono piuttosto semplici e, nonostante la mia caratteristica provinciale, posso indicare questa loro meta con molta semplicità. Lascio le vie maggiori per entrare nel dedalo delle piccole strade del centro; ad un certo punto mi chiedo da che parte provenga quella musica divertente e la seguo.

Mojito, il funambolo. (Ph. Roberto Cerè. 2016)
Mojito, il funambolo. (Ph. Roberto Cerè. 2016)

Non molto distante scopro la ragione di quel motivetto e lo associo subito ad un motivo circense; già, perchè c’è qualcuno che ha teso una corda fra una grata e un palo segnaletico vicino al portico ed ora ci sta camminando sopra. E’ un funambolo minuto ed agile che sale e scende dal suo palco sospeso e strampalato con grande facilità. Il funambolo si fa aiutare ogni tanto da qualche bambino presente fra la folla e molti di loro si incantano, naso in su e bocca aperta, quando arrivano sotto la sua fune e gli passano i birilli. Fra una piccola esibizione e l’altra chiede di riempire il cappello che si trova poco vicino: – “Naturalmente la richiesta non si rivolge al pubblico turista cinese che ha notoriamente il braccino corto per sostenere le nostre attività”. Mi sorprende la serenità con cui afferma queste parole. Poi passa ad altro e sale il palo da cui si avvia la fune. A fine spettacolo si riposa un po’ e capisco che quello è il momento giusto per presentarmi: – “Ah, sei uno dei pochi fotografi che si presenta, in genere si fermano, fanno una serie di scatti a raffica, ti giri e non ci sono più. Poi, magari, scopri da qualche parte sul web che sei fotografato e nemmeno compare il tuo nome. Compari così, come un funambolo perfetto nessuno”. Parla un ottimo italiano che tradisce solo minimamente l’accento delle sue radici: -“Sono nato a Salonicco, in Grecia, ma ormai non la vedo da tanto tempo; sono sempre in giro per mezza Europa”. Beve. -“Mi chiamo Mojito e sono in strada a fare spettacoli da più di 20 anni; ho imparato questa arte proprio sulla strada, poi ho fatto corsi di approfondimento, piccole scuole e tanti, tanti chilometri fra le strade di Francia, Germania Italia e Spagna, è qui che ho deciso di adottare Mojito come nome d’arte”.

Interno del Palazzo Comunale. (Ph. Roberto Cerè. 2016)
Interno del Palazzo Comunale. (Ph. Roberto Cerè. 2016)

Uno sguardo verso la vecchia serranda verde poi continua: -“Sto facendo uno spettacolo come sempre a mio rischio e pericolo, la situazione per noi funamboli non è facile, non solo per la salute ma soprattutto per la “situazione”; nessuno si prodiga per farci lavorare in città con adeguate autorizzazioni, così, per rendere viva la città ed attrarre turisti, dobbiamo rischiare un teatrino volante, fare una piccola comparsata, smontare tutto poi andarcene. Questo è triste.” La vecchia serranda verde nasconde un segreto: appoggiati a quel ferro colorato ci sono i suoi due figli e la sua compagna che sorridono e scambiano anche loro due parole. Fra un po’ se ne dovranno andare, non possono rischiare più di tanto; far distrarre le persone, divertirle, farle sorridere e stupire dovrebbe meritare una gestione più presente per una città che si racconta di essere aperta al turismo.

Pochi passi e sono di nuovo su via Rizzoli, mi giro, vedo le due torri e, sul lato del marciapiede, una figura minuta (questa volta femminile) è completamente presa dal suo disegno sui lastroni della strada. Ricordo ora che l’avevo notata all’andata e che il suo disegno non era ancora chiaramente comprensibile perchè appena iniziato. Ora pero il disegno ha dei colori ed è più definito, mi avvicino pensando ad un disegno sacro ma così non è: sui lastroni di via Rizzoli fanno capolino due eroi della mia infanzia: Stalio ed Ollio. Non posso non fermarmi.

Dipinge Stalio e Ollio, Feshteh Fatemi. (Ph. Roberto Cerè. 2016)
Dipinge Stalio e Ollio, Feshteh Fatemi. (Ph. Roberto Cerè. 2016)

-” Mi chiamo Feshteh Fatemi, vengo da Teheran in Iran e sto studiando a Bologna, all’Accademia delle Belle Arti”.  Parla mentre continua a disegnare ed ha le mani intrise di ogni colore donato a questo Globo Terracqueo, io non sono sicuro di aver capito bene il suo nome e il sospetto di poterlo scrivere male mi fa chiedere se è possibile che me lo scriva lei, così, per non sbagliare. Lei, con una gentilezza di non questi luoghi, chiede una biro poi comincia a scrivere il suo nome in caratteri maiuscoli, guardo mentre scrive in maniera incerta poi capisco: non deve essere facile scrivere il proprio nome, con le nostre lettere, per una persona araba che si trova in Italia da pochi mesi. Chiedo se è contenta di “abitare” con noi e se la città crea difficoltà per quanto abbia bisogno. Lei risponde di essere contenta e che non ha mai riscontrato problemi di nessun genere. Continua a dipingere e pare incuriosita del fatto di essere al centro di una specie di “intervista” imprevista. Intanto Stalio ed Ollio stanno prendendo sempre più forma e colore. Saluto Feshteh, gli dico che gli invierò alcune foto e mi incammino verso l’autobus.

Roberto Cerè

 

 

 

 

 

 

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Sabato di fine inverno

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Incontri casuali. Piazza Maggiore. Ph Roberto Cerè, 2016.
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La cantante lirica del trenino. Ph Roberto Cerè, 2016.
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Incontri Casuali, Bologna centro. Ph. Roberto Cerè, 2106.

C’è un trenino bianco che parte da Piazza Maggiore e porta i turisti in giro per il centro città. Sabato prossimo avrò un po’ più di tempo e farò un giretto anch’io su quel trenino; intanto mi avvicino per informarmi degli orari delle sue partenze  e vedo che dal finestrino della locomotiva si affaccia un viso allegro, mi preparo a scattare una foto ma la signora si schernisce dicendo che nelle foto non viene mai bene; visto che, con me, è un argomento che non regge io scatto comunque e il rumore del click fa sorridere il mio soggetto poi gli racconto che sto lavorando ad un articolo per la rivista web che si chiama Millecolline  -“Sa che io sono una cantante lirica? Aspetti che una signora vuole fare un biglietto” e dall’ interno della locomotiva sbuca un grosso aggeggio con un manico e con molti tastini colorati che serve a produrre i biglietti per il trenino. Ecco, i biglietti sono pronti e consegnati. –“Sa che ho deciso di riprendere a cantare e che mi sto organizzando per un rientro al bel canto dopo qualche tempo di interruzione?”. Bene. -“Aspetti che c’è qualcuno che ha bisogno di una informazione turistica”. Capisco che il mio intervento è arrivato al termine utile per non distrarre dal lavoro la signora e decido di salutarla e lei, intanto, fa altri biglietti per il trenino.

Un gruppo di amici, con magliette arancioni ed una scritta sulla schiena a ricordare il fatto che, da sposati non si potranno più fare baldorie come quelle, si sta avvicinando al Gigante e sta tracciando un percorso che ha, da tempo, dimenticato la linea retta. Guardando sia le loro facce rubizze che la bandierina stampata davanti alle loro T-shirt  mi ricordo che oggi è una delle giornate della festa irlandese e, di sicuro, questi buontemponi arrivano in piazza da turisti provenendo da quei luoghi. Sono però italiani, di Piacenza, e sono in “baracca” perché uno dei loro amici si sposerà domenica; festeggiano in quel modo il suo addio al celibato, si avvicinano allegri poi si mettono in posa per una foto di gruppo, come se fossero una squadra di calcetto prima della finale del torneo dei bar. Mi chiedo come potrò mettermi d’accordo per mandargli la foto ma loro non ci pensano nemmeno e continuano a scherzare. Uno di loro svela il motivo di quella baldoria: -“Un nostro amico domenica si sposerà e si sposerà con una inglesina. Per questo motivo lo abbiamo portato alla festa celtica di Bologna”.

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Si sposa una inglesina. Ph. Roberto Cerè, 2016.
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Incontri casuali, Bologna centro. Ph Roberto Cerè, 2016.

Guardando meglio vedo che solo uno di loro non è vestito con la maglietta arancione; -“E’ lui che si sposa!” dicono in coro, ed ecco che sbuca, come dal nulla, un ragazzo con la barba folta vestito con un improbabile tubino a gonna corta color turchese acceso e una grande bandiera inglese disegnata sul davanti, barcolla ancor più di tutta la compagnia messa assieme e regale sorrisi a tutti i passanti. Come sono arrivati se ne vanno.

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Cesari, meccanico di motori diesel. Ph. Roberto Cerè, 2016.
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Incontri casuali, Piazza Maggiore. Ph. Roberto Cerè, 2016.

Cesari ha ormai 85 anni e oggi suona la sua armonica sotto l’ombra del Gigante; la suona a modo suo, nel modo che ha imparato, del resto ha lavorato per 60 anni nella sua autofficina dove aggiustava solo motori diesel e solo quelli dei camion, non poteva distrarsi. Il suo è stato un lavoro duro, senza sosta, nemmeno alla domenica perché poteva essere chiamato per far ripartire un camion bloccato chissà dove, i camion erano la sua passione. Poi la pensione e poi la disgrazia (o forse il contrario): Cesari perde la moglie e nei giorni in cui l’assiste si accorge di non aver combinato poi così tanto durante la sua vita, intensa, di meccanico senza tempo per gli affetti. Ora ci sono occhi malinconici e sereni a raccontarlo, con grande semplicità e comprensione dice: -“Io ho imparato da solo a suonare l’armonica, per sentire una compagnia, non conosco la musica ma suono l’armonica perché ne ho bisogno per sentirmi bene”. Parla in modo diretto e senza tanti fronzoli, ogni tanto inserisce una frase in dialetto di città (io sono di campagna e noto la differenza) e lo inserisce assieme a giuste frasi in italiano; è un suono che non ascoltavo da tempo e il risultato è come di una piccola sinfonia umana.  Dopo una pausa mi dice: -“Oggi ho visto che si stava facendo una bella giornata e mi son chiesto cosa ci stavo a fare, da solo, in casa; allora ho preso su la mia armonica e sono uscito, poi ho preso l’autobus per arrivare in Piazza (Maggiore)”. Mentre parliamo si avvicinano due famiglie con delle bambine che si siedono sul bordo della fontana e Cesari le guarda con gli occhi di un nonno che ha appena visto le sue nipotine; a quel punto gli regala una suonatina con l’armonica e le intrattiene con vecchie storie, quelle che solo un nonno può raccontare. Le bambine si interrogano con sguardi stupiti; chi è mai questa persona che dedica tanta attenzione gratuitamente? Anche i loro genitori paiono divertiti e Cesari si trova a suo agio in questa tiepida giornata. Le saluta con un sorriso che sembra una risata e torna a raccontare un po’ della sua storia poi allarga le braccia e dice -“Vedi, alla mia età, cosa vuoi mai che faccia ormai?”. Io penso a mia mamma e a tutti gli anziani ricoverati che ho incontrato al Maggiore, senza un parente che possa andare a scambiare quattro chiacchere con loro, e, pensando a quanto potrebbe fare l’armonica di Cesari gli rispondo: – “Cesari, lei potrebbe fare ancora tantissimo, per tante persone”. Lui si ferma, con le braccia ancora aperte, forse capisce e si commuove per un istante, a quel punto decide di rivelarmi il suo nome e cognome, mai detto prima, nemmeno alla nostra presentazione.

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I colleghi del gourmet emiliano. Ph Roberto Cerè, 2016.

Camminare per i negozi attorno a quello che oggi si chiama Mercato di Mezzo è sempre stato interessante e oggi ci sono molti turisti in queste strette vie. Cammino a caso, -“Facci la foto”, e si mettono in posa; sono due colleghi vestiti con un camice bianco e lavorano in un fornitissimo negozio di specialità gastronomiche emiliane, uno di loro è in pausa pranzo e sta sbucciando una mela, l’altro dopo la foto rientra subito al lavoro. Ci sono molti pacchetti di mortadella sul banco in cui la persona si è scavata un posto per appoggiare le fette i mela e poco più in là non mancano i contenitori di Parmigiano Reggiano. Tanta gente passa accanto e comincia il racconto della mortadella e del leader di mercato che è rimasto tale perché ha saputo reinvestire in macchinari per migliorare la produzione. Continuando a sbucciare la sua mela il mio soggetto racconta alcune cose di quel lavoro che, ormai, fa da tanti anni e l’entusiasmo con cui racconta della mortadella mi fa pensare che sia proprio quel tipico prodotto emiliano a fornirgli la benzina.

Pillole corsare n°10 – Ci salveranno i nostri nipoti o i nostri pro-nipoti?

Ci salveranno i nostri nipoti o i nostri pro-nipoti?           [n.10]      

Alla fine degli anni quaranta, l’indimenticabile Leo Longanesi scrisse un libretto dove si considerava la condizione politica e sociale dell’Italia del dopoguerra ed indicava nelle”vecchie zie zitelle”, ultime amazzoni e laiche custodi di un “decorso che trovava nei propri sacrifici l’orgoglio di una tradizione storica da contrapporre alle spavalde classi dei ricchi e dei proletari”. Dopo  qualche anno, lo stesso Longanesi, sulle pagine de “Il Borghese”, settimanale da lui fondato e diretto fino alla sua morte, prendeva atto che queste “zie” avevano alla fine ceduto divenendo “libere” e rompendo ogni “vincolo” e liberandosi da ogni “pregiudizio”.

Tutto questo per compiacere alle loro nipoti, aderendo al “conformismo dell’Italia nuova”.

Di tempo ne è passato, dopo oltre sessant’anni, il desiderio di pensare che si possa ancora soccorrere questa “nave” Italia, è ritornata alla mente.

I rivoluzionari “miti” della quotidianità che caratterizzarono il progresso (il cosiddetto boom economico ) della nuova Italia : dal frigorifero agli elettrodomestici di varia natura  alla televisione ed agli apparecchi radio e giradischi portatili, dal turismo di massa alla “vettura familiare”, dalla scuola di massa ai consumi di massa, modificarono, sostanzialmente e radicalmente, il costume e la cultura degli italiani.  Dalla fine del secolo scorso ad oggi si sono aggiunti “nuovi miti” che hanno , ulteriormente, trasformato il nostro essere sociale: come persona, cittadino ed italiano.

Le rivoluzioni tecnologiche e scientifiche , di fatto, hanno prodotto oggetti d’uso quotidiano di straordinario condizionamento  non solo sul nostro modo di vivere, ma sulla nostra sfera psichica, intellettiva e di apprendimento. L’Italia si è così uniformata ai agli altri paesi più industrializzati del mondo europeo ed occidentale

Senza voler rievocare una certa morale flaubertiana o ricordare le illuminanti pagine di Roland Barthes ( nel suo mirabile catalogo della cultura popolare e dei miti borghesi, analizzati attraverso una modalità smitizzante dei suoi luminosi ingannevoli simboli – 1957 ), il catalogo aggiornato dei nuovi idola contemporanei, ci provoca l’incontrollato senso di smarrimento e di vuoto dovuto alla furia provocata dalla “vertigine creativa”. L’Italia, improvvisamente, è divenuto un territorio fertile per ogni sfrenata fonte di consumo materiale senza limiti. L’Italia degli ideali, della sua storia, della inimitabile bellezza, si è sciolta come una semplice “margherina”, nel soffritto dell’incuria, degli abbandoni, delle ipocrisie, dell’indefferenza, degli eccessi affaristici e nell’egoismo più incontrollato.

Dal computer al cellulare, dal processo di informatizzazione di ogni oggetto ed azione umana, dalla robotica alla velocità planetaria dei mezzi di informazione, una vera alluvione, dove l’uomo del XXI secolo è naufragato insieme alla sua coscienza ed ai suoi valori a cui eravamo ancora legati. Anche il nostro Paese rischia di acquisire e di uniformarsi alla coscienza informatica ad una sorta di agglutinazione di ogni forma di sapere e di interpretazione legata alle modalità cognitive e conoscitive dei microprocessori. I nostri nipoti o , forse, i nostri pro-nipoti, potranno salvarci da questo mortale virus del non essere?

Piccolo evviva (W). Ph. Roberto Cerè, 2015.
Piccolo evviva (W). Ph. Roberto Cerè, 2015.

Franchino Falsetti